14 Nov

LE PARASSITOSI (DELLE API)

di Claudio Elli
(dal Secondo Notiziario 2014)

Posso dire che il tema della “ parassitosi” in generale mi appassiona da anni, al punto tale che il mio approccio maturando è passato da individuale a seminariale, trattandolo in modo integrato (collaborazione fra varie discipline).
Tenendo ormai da anni seminari sul tema in varie scuole steineriane, mi sono accorto di quanto sia importante farsi una “idea moderna” di che cosa sia questa patologia vecchia come il mondo.
Le parassitosi oltre che essere una malattia sono soprattutto un “sintomo”, un sintomo ma di che cosa? Sono un sintomo di “immaturità”, di incapacità ad essere autosufficienti in un determinato ambito.
Di quale ambito stiamo parlando?
Stiamo parlando del movimento! Già i Greci nella loro saggezza avevano individuato due movimenti principali che si manifestano in due distinti distretti, nel ricambio (metabolè) e nelle membra o arti (cinesis). Facile anche capire come i due movimenti siano interdipendenti, e che quindi vadano trattati separatamente solo per ragioni didattico –informative.
Si possono caratterizzare le parassitosi come una intima relazione fra ospite e ospitato, che sono entrambi accomunati dal fatto di essere “immaturi”. L’immaturità si manifesta proprio nel metabolismo o nella cinetica o in entrambi, inoltre l’immaturità di un ambito può generare l’altra; causa ed effetto in questo caso possono addirittura scambiarsi i ruoli. Individuare le cause prime, deve essere sempre l’obiettivo di ogni tentativo diagnostico, fermarsi troppo presto in questo percorso è un “vizio” frequente della nostra scienza; fermarsi cioè ad effetti ritenuti cause.
Possiamo dire, semplificando per limiti di spazio, che il simile attira il simile, quindi il metabolicamente immaturo attirerà l’immaturo metabolico, e il cineticamente immaturo attirerà l’immaturo nel movimento. Di solito la presenza di ectoparassiti (parassiti esterni della pelle) indica che chi li alberga ha un immaturità metabolica e chi ha endoparassiti (verminosi intestinali) ha un immaturità cinetica.
Tramite queste piccole basi scientifico spirituali, impossibile in un articolo poterne dare ulteriori, possiamo ora cercare di farci un immagine della “varroa” ectoparassita delle api.
Cosa, chi e come viene data a questo parassita la possibilità di manifestarsi?
Se è vero quello che è stato appena detto, la varroa parassita le api che manifestano deficit metabolico, per debolezza endogena o per scarsa vitalità del cibo che trovano oggi in natura, o dell’integrato aggiunto dall’uomo (zucchero minerale) che l’ape stenta a trasformare in miele.
Le forze formative che diventano miele non sono integrate a sufficienza ormai da quello che l’ape trova in natura, questo determina un indebolimento che produce “immaturità”, quindi il parassita trova l’opportunità di acquisire a sua volta ciò che gli manca, poiché l’ape non finalizza completamente il suo metabolismo.
In tutto questo processo chi è il vero parassita? L’immaturo? Se esaminiamo il tutto fino in fondo ci accorgiamo che il parassita varroa in effetti è solo l’effetto prodotto da un altro parassita principale che è l’essere umano. La presenza della varroa in un alveare è il sintomo che ciò che l’uomo ha sottratto è andato oltre le capacità dell’ape di reintegrare ciò che ci ha elargito. Il succhiatore, il vero “vampiro” è l’uomo che è venuto meno ad un’altra regola fondamentale presente in natura, che l’uomo in questo caso non rispetta fino in fondo, (che il parassita non viene solo per togliere ma anche per dare).
Nella mia esperienza ho capito che la presenza dell’ectoparassita induce ad un risveglio di coscienza, porta uno stimolo, verso l’autonomia, la maturità; solo conquistando un’adeguata maturazione, “risveglio”, dell’ospitante, il parassita termina il suo vero compito, che è quindi “sociale”.
La varroa vuol far capire all’uomo che essere veramente “parassiti” vuol dire anche saper dare oltre che togliere. Per fare questo l’uomo dovrà cambiare i suoi concetti, derivati da un pensare opportunistico, che lo inducono a saccheggiare la natura, dandole in cambio solo i suoi concetti intellettualistici, i quali, dato che hanno generato il problema, non possono risolverlo. Solo la spiritualizzazione dei concetti che l’uomo ha di sé e del mondo possono essere la vera terapia radicale di questa malattia che ha come causa l’uomo impaurito dalla conoscenza di se stesso.

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