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Il destino metabolico del DNA transgenico 0

Posted on September 03, 2010 by Associazione Biodinamica

 

Federico Infascelli
Una fra le principali preoccupazioni sollevate dall’opinione pubblica sull’impiego degli OGM nel settore agroalimentare è rappresentata dal destino di frammenti di DNA modificato ingeriti dagli animali. Infatti anche utilizzando alimenti convenzionali, il DNA vegetale introdotto con la dieta non è completamente degradato nel tratto gastro-intestinale.
In merito a questa tematica il gruppo di ricerca di Nutrizione e Alimentazione animale, della Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Napoli Federico II, ha condotto una serie di indagini in diverse specie animali mettendo in evidenza la presenza di frammenti di DNA vegetale nel sangue e in alcuni organi.
Lo studio del destino metabolico del DNA vegetale di origine alimentare nell’organismo animale, risulta importante al fine di valutare la sicurezza dei prodotti transgenici. L’integrità del DNA, infatti, rappresenta il fattore chiave per un ipotetico trasferimento genico orizzontale del DNA ricombinante dagli alimenti geneticamente modificati (GM) alla microflora intestinale. Di interesse non minore risulta la valutazione di possibili effetti organo-metabolici indotti da una dieta GM.
Allo scopo di apportare un contributo in merito, sono state effettuate alcune indagini sperimentali in ognuna delle quali sono stati costituiti gruppi omogenei di animali che ricevevano, con la dieta, soia convenzionale vs soia RoundUp Ready (RR), caratterizzata dalla presenza del gene epsps, isolato dall’Agrobacterium tumefaciens ceppo CP4, in grado di rendere la pianta resistente all’azione dell’erbicida glifosate. In tutte le indagini si è provveduto alla ricerca, mediante PCR, delle sequenze di DNA transgenico, nonché alla valutazione dell’attività di alcuni enzimi serici e tissutali.
Nell’indagine effettuata sui conigli, mentre non è stato possibile mettere in evidenza sequenze di DNA transgenico, gli animali alimentati con soia GM hanno mostrato livelli significativamente più elevati dell’attività degli enzimi LDH a livello cardiaco e renale, e degli ALT e GGT solo a livello renale. Per quanto riguarda la distribuzione degli isoenzimi, differenze significative sono state rilevate per LDH1 e LDH2 nel cuore e LDH1 nel rene. Un significativo aumento di questo isoenzima è stato anche rilevato nel fegato.
Nelle prove effettuate sulle capre, soltanto nel gruppo di animali alimentati con soia RR, sono stati rilevati, nel latte frammenti transgenici del promotore 35S e del gene cp4 epsps della soia RR con frequenza tra il 20 e il 60% e tra il 30 e il 40%, e nel sangue con frequenza del 20.% e del 42.5%, rispettivamente. Nel siero di questi animali i livelli degli enzimi AST and ALT risultarono significativamente (P<0.05) più bassi.
Molto interessanti appaiono i risultati scaturiti dalle indagini effettuate sui capretti nati da madri che ricevevano, a partire da 60 giorni prima del parto, soia GM vs soia convenzionale e alimentati esclusivamente con latte materno.
Soltanto nel gruppo di capretti figli di madri alimentate con soia GM, infatti, sono stati rilevati frammenti del DNA transgenico nel fegato, rene, muscolo, milza, cuore e sangue. Tali risultati suggerirebbero un passaggio del DNA attraverso il latte. In questi capretti, infine, è stato registrato un significativo aumento dell’LDH, in particolare dell’isoenzima LDH1 nel cuore, muscolo e rene, nonché della GGT nel fegato. Tali ultime alterazioni, confermate anche da reazioni di istochimica, sarebbero da attribuire ad un aumento del metabolismo cellulare e indicano la necessità di ulteriori studi per valutare possibili effetti a lungo termine.

Federico InfascelliUniversità Federico II – Napoli

Una fra le principali preoccupazioni sollevate dall’opinione pubblica sull’impiego degli OGM nel settore agroalimentare è rappresentata dal destino di frammenti di DNA modificato ingeriti dagli animali. Infatti anche utilizzando alimenti convenzionali, il DNA vegetale introdotto con la dieta non è completamente degradato nel tratto gastro-intestinale.In merito a questa tematica il gruppo di ricerca di Nutrizione e Alimentazione animale, della Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Napoli Federico II, ha condotto una serie di indagini in diverse specie animali mettendo in evidenza la presenza di frammenti di DNA vegetale nel sangue e in alcuni organi. Lo studio del destino metabolico del DNA vegetale di origine alimentare nell’organismo animale, risulta importante al fine di valutare la sicurezza dei prodotti transgenici. L’integrità del DNA, infatti, rappresenta il fattore chiave per un ipotetico trasferimento genico orizzontale del DNA ricombinante dagli alimenti geneticamente modificati (GM) alla microflora intestinale. Di interesse non minore risulta la valutazione di possibili effetti organo-metabolici indotti da una dieta GM. Allo scopo di apportare un contributo in merito, sono state effettuate alcune indagini sperimentali in ognuna delle quali sono stati costituiti gruppi omogenei di animali che ricevevano, con la dieta, soia convenzionale vs soia RoundUp Ready (RR), caratterizzata dalla presenza del gene epsps, isolato dall’Agrobacterium tumefaciens ceppo CP4, in grado di rendere la pianta resistente all’azione dell’erbicida glifosate. In tutte le indagini si è provveduto alla ricerca, mediante PCR, delle sequenze di DNA transgenico, nonché alla valutazione dell’attività di alcuni enzimi serici e tissutali. Nell’indagine effettuata sui conigli, mentre non è stato possibile mettere in evidenza sequenze di DNA transgenico, gli animali alimentati con soia GM hanno mostrato livelli significativamente più elevati dell’attività degli enzimi LDH a livello cardiaco e renale, e degli ALT e GGT solo a livello renale. Per quanto riguarda la distribuzione degli isoenzimi, differenze significative sono state rilevate per LDH1 e LDH2 nel cuore e LDH1 nel rene. Un significativo aumento di questo isoenzima è stato anche rilevato nel fegato. Nelle prove effettuate sulle capre, soltanto nel gruppo di animali alimentati con soia RR, sono stati rilevati, nel latte frammenti transgenici del promotore 35S e del gene cp4 epsps della soia RR con frequenza tra il 20 e il 60% e tra il 30 e il 40%, e nel sangue con frequenza del 20.% e del 42.5%, rispettivamente. Nel siero di questi animali i livelli degli enzimi AST and ALT risultarono significativamente (P<0.05) più bassi. Molto interessanti appaiono i risultati scaturiti dalle indagini effettuate sui capretti nati da madri che ricevevano, a partire da 60 giorni prima del parto, soia GM vs soia convenzionale e alimentati esclusivamente con latte materno. Soltanto nel gruppo di capretti figli di madri alimentate con soia GM, infatti, sono stati rilevati frammenti del DNA transgenico nel fegato, rene, muscolo, milza, cuore e sangue. Tali risultati suggerirebbero un passaggio del DNA attraverso il latte. In questi capretti, infine, è stato registrato un significativo aumento dell’LDH, in particolare dell’isoenzima LDH1 nel cuore, muscolo e rene, nonché della GGT nel fegato. Tali ultime alterazioni, confermate anche da reazioni di istochimica, sarebbero da attribuire ad un aumento del metabolismo cellulare e indicano la necessità di ulteriori studi per valutare possibili effetti a lungo termine.


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Economia agricola italiana e organismi transgenici 0

Posted on September 03, 2010 by Associazione Biodinamica
Claudio Malagoli
Università di Scienze Gastronomiche – Pollenzo/Bra
Da un punto di vista socio-economico occorre prima di tutto evidenziare che specifiche indagini hanno rilevato che l’80% dei consumatori si è dichiarato contrario all’acquisto di Organismi Transgenici (OT), anche in relazione al fatto che ci si trova di fronte ad una contraddizione: “stiamo pagando gli agricoltori per non coltivare la terra, gran parte delle produzioni sono contingentate (quote di produzione su latte e su altri prodotti agricoli), distruggiamo parte delle produzioni in eccesso per mantenere un elevato prezzo di mercato e dovremmo applicare una tecnologia non sicura solo perché in grado di produrre a minori costi?”.
Per il settore agricolo nazionale coltivare OT significa mettersi in concorrenza con forme di agricoltura completamente diverse dalla nostra; agricolture che hanno grandi disponibilità di terreni, che non hanno limitazioni nell’uso di concimi e di antiparassitari, che sfruttano il lavoro minorile, che non hanno tutele sindacali, ecc.
Per la nostra agricoltura:
se è vero che determineranno un abbassamento dei costi di produzione (cosa tutta da verificare fin tanto che ci sarà separazione di filiera), è altrettanto vero che favoriranno un abbassamento dei prezzi di mercato dei prodotti agricoli, impedendo così un aumento dei profitti e determinando una perdita di reddito reale per l’agricoltore;
il brevetto e lo sviluppo di sementi apomittiche causeranno la perdita di imprenditorialità per l’agricoltore, che diventerà un prestatore di manodopera per conto di chi detiene il brevetto, in quanto le produzioni saranno attuate sulla base di un “contratto di coltivazione” (soccida);
faciliteranno l’operazione di delocalizzazione delle coltivazioni, che saranno trasferite nei Paesi caratterizzati da un minor costo dei fattori produttivi;
determineranno l’abbandono dei territori marginali, che non saranno in grado di competere sulla base dei bassi costi di produzione;
attraverso strategie di appropriazionismo e di sostituzionismo, determineranno una minor utilizzazione e, conseguentemente, un abbassamento del reddito spettante ai fattori produttivi solitamente apportati direttamente dall’agricoltore (manodopera soprattutto);
aumenteranno la dipendenza del nostro Paese nei confronti delle forniture di sementi provenienti dall’estero;
determineranno una diminuzione del numero di occupati in agricoltura;
determineranno un danno di immagine per l’agro-alimentare nazionale, da tutti conosciuto e copiato per le sue produzioni di eccellenza.
Occorrerà poi considerare che con questi OT la coesistenza è impossibile, in quanto  il transgene è inserito nel genoma nucleare e, pertanto, viene espresso in ogni parte della pianta (foglie, radici, polline, ecc.) ed origina inquinamento genetico. In questa situazione il settore produttivo (biologico o convenzionale) che non intende coltivare piante transgeniche, soprattutto nel caso di accordi contrattuali con gli utilizzatori del prodotto, dovrà mettere a punto adeguate strategie di contenimento dell’inquinamento genetico, che determinerà una lievitazione dei costi agricoli. Prima di ipotizzare la coesistenza occorrerà verificare il complesso degli effetti prodotti dall’introduzione di OT sull’intera filiera distributiva, che parte dall’agricoltore ed arriva sino alla distribuzione al dettaglio. E’ vero che gli agricoltori subiranno maggiori costi, ma è altrettanto vero che anche i trasformatori subiranno maggiori costi e minori redditi (di approvvigionamento, di analisi, ecc.), ed è altrettanto vero che anche i distributori di prodotti di eccellenza subiranno maggiori costi e minori redditi (il prezzo di vendita non potrà andare oltre certi livelli rispetto al prodotto transgenico). Con ogni probabilità, gli unici che guadagneranno da questa situazione di incertezza produttiva saranno i produttori di beni alimentari di scarsa qualità, che vedranno aumentare le difficoltà produttive di coloro che offrono prodotti di eccellenza (difficoltà nel reperimento della materia prima, maggiori costi di approvvigionamento, maggiori costi di analisi, minori prezzi di vendita rispetto agli incrementi di costo, ecc.) e vedranno divenire maggiormente competitivi i prodotti da loro offerti (in termini relativi, se il prezzo dei prodotti di eccellenza aumenterà, il prezzo degli altri prodotti di minore qualità, pur rimanendo costante, è come se diminuisse).
A questo punto, in un’ottica di globalizzazione dei mercati, si inseriscono considerazioni di opportunità per il nostro Paese. Per quale motivo l’Italia dovrebbe aprire al transgenico se il consumatore non lo vuole? Non risponde ad alcuna logica economica la strategia di voler immettere sul mercato  un bene che l’80% degli acquirenti ha detto di non voler acquistare. Perché la nostra agricoltura dovrebbe abbandonare una strategia sicura, basata sulla qualità, sulla tracciabilità e sulla sicurezza alimentare, per far posto ad una produzione omologante, sempre meno richiesta dal mercato? Potrà competere il nostro Paese sul mercato globale sulla base dei bassi costi di produzione e dei bassi prezzi di vendita o, più realisticamente, potrà competere sulla base di produzioni di eccellenza ad alto valore aggiunto? Perché mai, in un’ottica di sviluppo sostenibile, dovremmo adattarci a coltivare prodotti “non ancora sicuri” per la salute umana e per l’ambiente, ben sapendo che questa strada è senza via di uscita?
In conclusione, si può affermare che le problematiche relative all’introduzione di coltivazioni transgeniche sono notevoli e di portata tale da non giustificare una decisione affrettata. Certamente la nostra agricoltura da sempre basata su presupposti di tipicità e di qualità non ha bisogno dell’attuale biotecnologia, che per essere considerata sostenibile dovrebbe avere possibilità applicative decisamente migliori.
Occorrerà poi valutare attentamente se questi “nuovi alimenti” rispondono ad una reale esigenza del consumatore. Soprattutto nell’attuale momento in cui egli tende a privilegiare la tipicità, la salubrità e, più in generale, la naturalezza dei prodotti alimentari (il forte aumento del consumo di produzioni biologiche ne è una conferma), si può affermare che il loro sviluppo è sicuramente in controtendenza. Una controtendenza che andrà valutata attentamente, al fine di non impiegare risorse economiche e capacità umane nello sviluppo di produzioni delle quali, forse, non abbiamo una reale necessità.

Claudio Malagoli Università di Scienze Gastronomiche – Pollenzo/Bra

Da un punto di vista socio-economico occorre prima di tutto evidenziare che specifiche indagini hanno rilevato che l’80% dei consumatori si è dichiarato contrario all’acquisto di Organismi Transgenici (OT), anche in relazione al fatto che ci si trova di fronte ad una contraddizione: “stiamo pagando gli agricoltori per non coltivare la terra, gran parte delle produzioni sono contingentate (quote di produzione su latte e su altri prodotti agricoli), distruggiamo parte delle produzioni in eccesso per mantenere un elevato prezzo di mercato e dovremmo applicare una tecnologia non sicura solo perché in grado di produrre a minori costi?”. Per il settore agricolo nazionale coltivare OT significa mettersi in concorrenza con forme di agricoltura completamente diverse dalla nostra; agricolture che hanno grandi disponibilità di terreni, che non hanno limitazioni nell’uso di concimi e di antiparassitari, che sfruttano il lavoro minorile, che non hanno tutele sindacali, ecc.Per la nostra agricoltura:se è vero che determineranno un abbassamento dei costi di produzione (cosa tutta da verificare fin tanto che ci sarà separazione di filiera), è altrettanto vero che favoriranno un abbassamento dei prezzi di mercato dei prodotti agricoli, impedendo così un aumento dei profitti e determinando una perdita di reddito reale per l’agricoltore;il brevetto e lo sviluppo di sementi apomittiche causeranno la perdita di imprenditorialità per l’agricoltore, che diventerà un prestatore di manodopera per conto di chi detiene il brevetto, in quanto le produzioni saranno attuate sulla base di un “contratto di coltivazione” (soccida);faciliteranno l’operazione di delocalizzazione delle coltivazioni, che saranno trasferite nei Paesi caratterizzati da un minor costo dei fattori produttivi;determineranno l’abbandono dei territori marginali, che non saranno in grado di competere sulla base dei bassi costi di produzione;attraverso strategie di appropriazionismo e di sostituzionismo, determineranno una minor utilizzazione e, conseguentemente, un abbassamento del reddito spettante ai fattori produttivi solitamente apportati direttamente dall’agricoltore (manodopera soprattutto);aumenteranno la dipendenza del nostro Paese nei confronti delle forniture di sementi provenienti dall’estero;determineranno una diminuzione del numero di occupati in agricoltura;determineranno un danno di immagine per l’agro-alimentare nazionale, da tutti conosciuto e copiato per le sue produzioni di eccellenza.Occorrerà poi considerare che con questi OT la coesistenza è impossibile, in quanto  il transgene è inserito nel genoma nucleare e, pertanto, viene espresso in ogni parte della pianta (foglie, radici, polline, ecc.) ed origina inquinamento genetico. In questa situazione il settore produttivo (biologico o convenzionale) che non intende coltivare piante transgeniche, soprattutto nel caso di accordi contrattuali con gli utilizzatori del prodotto, dovrà mettere a punto adeguate strategie di contenimento dell’inquinamento genetico, che determinerà una lievitazione dei costi agricoli. Prima di ipotizzare la coesistenza occorrerà verificare il complesso degli effetti prodotti dall’introduzione di OT sull’intera filiera distributiva, che parte dall’agricoltore ed arriva sino alla distribuzione al dettaglio. E’ vero che gli agricoltori subiranno maggiori costi, ma è altrettanto vero che anche i trasformatori subiranno maggiori costi e minori redditi (di approvvigionamento, di analisi, ecc.), ed è altrettanto vero che anche i distributori di prodotti di eccellenza subiranno maggiori costi e minori redditi (il prezzo di vendita non potrà andare oltre certi livelli rispetto al prodotto transgenico). Con ogni probabilità, gli unici che guadagneranno da questa situazione di incertezza produttiva saranno i produttori di beni alimentari di scarsa qualità, che vedranno aumentare le difficoltà produttive di coloro che offrono prodotti di eccellenza (difficoltà nel reperimento della materia prima, maggiori costi di approvvigionamento, maggiori costi di analisi, minori prezzi di vendita rispetto agli incrementi di costo, ecc.) e vedranno divenire maggiormente competitivi i prodotti da loro offerti (in termini relativi, se il prezzo dei prodotti di eccellenza aumenterà, il prezzo degli altri prodotti di minore qualità, pur rimanendo costante, è come se diminuisse).    A questo punto, in un’ottica di globalizzazione dei mercati, si inseriscono considerazioni di opportunità per il nostro Paese. Per quale motivo l’Italia dovrebbe aprire al transgenico se il consumatore non lo vuole? Non risponde ad alcuna logica economica la strategia di voler immettere sul mercato  un bene che l’80% degli acquirenti ha detto di non voler acquistare. Perché la nostra agricoltura dovrebbe abbandonare una strategia sicura, basata sulla qualità, sulla tracciabilità e sulla sicurezza alimentare, per far posto ad una produzione omologante, sempre meno richiesta dal mercato? Potrà competere il nostro Paese sul mercato globale sulla base dei bassi costi di produzione e dei bassi prezzi di vendita o, più realisticamente, potrà competere sulla base di produzioni di eccellenza ad alto valore aggiunto? Perché mai, in un’ottica di sviluppo sostenibile, dovremmo adattarci a coltivare prodotti “non ancora sicuri” per la salute umana e per l’ambiente, ben sapendo che questa strada è senza via di uscita?In conclusione, si può affermare che le problematiche relative all’introduzione di coltivazioni transgeniche sono notevoli e di portata tale da non giustificare una decisione affrettata. Certamente la nostra agricoltura da sempre basata su presupposti di tipicità e di qualità non ha bisogno dell’attuale biotecnologia, che per essere considerata sostenibile dovrebbe avere possibilità applicative decisamente migliori. Occorrerà poi valutare attentamente se questi “nuovi alimenti” rispondono ad una reale esigenza del consumatore. Soprattutto nell’attuale momento in cui egli tende a privilegiare la tipicità, la salubrità e, più in generale, la naturalezza dei prodotti alimentari (il forte aumento del consumo di produzioni biologiche ne è una conferma), si può affermare che il loro sviluppo è sicuramente in controtendenza. Una controtendenza che andrà valutata attentamente, al fine di non impiegare risorse economiche e capacità umane nello sviluppo di produzioni delle quali, forse, non abbiamo una reale necessità.


Effetti sul topo di un’alimentazione contenente soia GM 0

Posted on September 03, 2010 by Associazione Biodinamica


Manuela Malatesta1, Beatrice Baldelli2, Serafina Battistelli2
1Università di Verona, 2Università di Urbino
L’utilizzo di piante geneticamente modificate (GM) nell’alimentazione umana e in zootecnia è sempre più diffuso. Queste piante sono state modificate inserendo nel loro DNA uno o pochi geni, allo scopo di esprimere alcune specifiche caratteristiche, quali la produzione di particolari nutrienti, la tolleranza a pesticidi, la resistenza a fattori ambientali, malattie o parassiti, ecc.
Il nostro gruppo di ricerca ha indagato per alcuni anni i possibili effetti di un’alimentazione contenente soia Roundup Ready sull’organizzazione cellulare e tessutale di topo. Questa soia è stata modificata geneticamente per tollerare l’erbicida Roundup, a base di glifosate. Il glifosate inibisce l’enzima 5-enolpiruvilshikimato-3-fosfato sintetasi (EPSPS), che, nelle piante, catalizza una tappa della sintesi degli aminoacidi aromatici. Nella soia Roundup Ready, l’enzima originale è stato sostituito dall’enzima CP4-EPSPS, da Agrobacterium tumefaciens, che non viene inibito dal glifosate, rendendo quindi la pianta resistente all’erbicida.
I nostri studi, condotti con approccio multidisciplinare associando indagini in microscopia ottica ed elettronica ad analisi biochimiche e microbiologiche, hanno evidenziato alcune modificazioni nell’organizzazione del nucleo cellulare in fegato, pancreas esocrino e testicolo di topi nutriti con soia Roundup Ready, rispetto ai topi nutriti con soia non GM. Inoltre, nelle cellule acinose pancreatiche sono state osservate anche modificazioni morfo-funzionali degli organuli citoplasmatici coinvolti nell’attività di sintesi proteica, mentre nelle cellule di Sertoli presenti nel testicolo sono state osservate dilatazioni del reticolo endoplasmatico liscio. Molte di queste modificazioni si sono rivelate reversibili in poche settimane, sostituendo la soia GM con soia non GM.
Negli animali vecchi (24 mesi), le modificazioni epatiche – prevalentemente a carico del nucleo e dei mitocondri – nei topi nutriti con soia GM suggeriscono un’accentuazione dei fenomeni di invecchiamento rispetto ai controlli. L’intestino, sia tenue che crasso, sembra, invece, non subire modificazioni strutturali legate alla dieta neanche dopo 24 mesi di alimentazione con soia GM; tuttavia, si assiste ad una diminuzione dell’espressione di mucine acide e solforate.
Va comunque sottolineato che, ad esclusione di queste differenze a livello istologico e cellulare, non è stata osservata alcuna differenza macroscopica tra i due gruppi di animali, così come nessun segno di sofferenza e tanto meno di patologie è stato rilevato nei topi nutriti con soia GM fino al 24° mese di vita.
E’ stato, inoltre, osservato un ritardo nell’attivazione del genoma degli embrioni allo stadio di 2 e 4-8 cellule di topi nutriti con soia GM rispetto ai controlli. Tuttavia, l’assenza di differenze di fertilità tra topi nutriti con soia GM e non GM indica che questo ritardo nell’attivazione dei meccanismi nucleari allo stadio pre-impianto rappresenta un fenomeno temporaneo e non danneggia il successivo sviluppo embrionale.
Successivamente alla somministrazione in campo di Roundup, risulta assai difficile determinare, attraverso analisi chimiche, la presenza di suoi residui nelle piante trattate: per chiarire se le modificazioni morfo-funzionali osservate nei tessuti dei topi nutriti con soia GM possano essere dipendenti dalla presenza nel mangime di residui di erbicida, è stato dunque condotto uno studio anche su cellule in coltura. Cellule epatiche isolate sono state trattate con basse concentrazioni di Roundup ed i risultati hanno evidenziato modificazioni nucleari e mitocondriali analoghe a quelle osservate nel fegato dei topi nutriti con soia GM. Questi dati sembrano, quindi, avvalorare l’ipotesi che residui di Roundup possano avere un ruolo nell’instaurarsi delle modificazioni cellulari e tessutali nei topi nutriti con soia Roundup Ready; coerentemente,  dati in letteratura dimostrano che lo stesso erbicida è in grado di inibire l’attività mitocondriale e rallentare la riattivazione del genoma in embrioni precoci di riccio di mare.

Manuela Malatesta1, Beatrice Baldelli2, Serafina Battistelli21Università di Verona, 2Università di Urbino
L’utilizzo di piante geneticamente modificate (GM) nell’alimentazione umana e in zootecnia è sempre più diffuso. Queste piante sono state modificate inserendo nel loro DNA uno o pochi geni, allo scopo di esprimere alcune specifiche caratteristiche, quali la produzione di particolari nutrienti, la tolleranza a pesticidi, la resistenza a fattori ambientali, malattie o parassiti, ecc. Il nostro gruppo di ricerca ha indagato per alcuni anni i possibili effetti di un’alimentazione contenente soia Roundup Ready sull’organizzazione cellulare e tessutale di topo. Questa soia è stata modificata geneticamente per tollerare l’erbicida Roundup, a base di glifosate. Il glifosate inibisce l’enzima 5-enolpiruvilshikimato-3-fosfato sintetasi (EPSPS), che, nelle piante, catalizza una tappa della sintesi degli aminoacidi aromatici. Nella soia Roundup Ready, l’enzima originale è stato sostituito dall’enzima CP4-EPSPS, da Agrobacterium tumefaciens, che non viene inibito dal glifosate, rendendo quindi la pianta resistente all’erbicida. I nostri studi, condotti con approccio multidisciplinare associando indagini in microscopia ottica ed elettronica ad analisi biochimiche e microbiologiche, hanno evidenziato alcune modificazioni nell’organizzazione del nucleo cellulare in fegato, pancreas esocrino e testicolo di topi nutriti con soia Roundup Ready, rispetto ai topi nutriti con soia non GM. Inoltre, nelle cellule acinose pancreatiche sono state osservate anche modificazioni morfo-funzionali degli organuli citoplasmatici coinvolti nell’attività di sintesi proteica, mentre nelle cellule di Sertoli presenti nel testicolo sono state osservate dilatazioni del reticolo endoplasmatico liscio. Molte di queste modificazioni si sono rivelate reversibili in poche settimane, sostituendo la soia GM con soia non GM. Negli animali vecchi (24 mesi), le modificazioni epatiche – prevalentemente a carico del nucleo e dei mitocondri – nei topi nutriti con soia GM suggeriscono un’accentuazione dei fenomeni di invecchiamento rispetto ai controlli. L’intestino, sia tenue che crasso, sembra, invece, non subire modificazioni strutturali legate alla dieta neanche dopo 24 mesi di alimentazione con soia GM; tuttavia, si assiste ad una diminuzione dell’espressione di mucine acide e solforate.Va comunque sottolineato che, ad esclusione di queste differenze a livello istologico e cellulare, non è stata osservata alcuna differenza macroscopica tra i due gruppi di animali, così come nessun segno di sofferenza e tanto meno di patologie è stato rilevato nei topi nutriti con soia GM fino al 24° mese di vita.E’ stato, inoltre, osservato un ritardo nell’attivazione del genoma degli embrioni allo stadio di 2 e 4-8 cellule di topi nutriti con soia GM rispetto ai controlli. Tuttavia, l’assenza di differenze di fertilità tra topi nutriti con soia GM e non GM indica che questo ritardo nell’attivazione dei meccanismi nucleari allo stadio pre-impianto rappresenta un fenomeno temporaneo e non danneggia il successivo sviluppo embrionale.Successivamente alla somministrazione in campo di Roundup, risulta assai difficile determinare, attraverso analisi chimiche, la presenza di suoi residui nelle piante trattate: per chiarire se le modificazioni morfo-funzionali osservate nei tessuti dei topi nutriti con soia GM possano essere dipendenti dalla presenza nel mangime di residui di erbicida, è stato dunque condotto uno studio anche su cellule in coltura. Cellule epatiche isolate sono state trattate con basse concentrazioni di Roundup ed i risultati hanno evidenziato modificazioni nucleari e mitocondriali analoghe a quelle osservate nel fegato dei topi nutriti con soia GM. Questi dati sembrano, quindi, avvalorare l’ipotesi che residui di Roundup possano avere un ruolo nell’instaurarsi delle modificazioni cellulari e tessutali nei topi nutriti con soia Roundup Ready; coerentemente,  dati in letteratura dimostrano che lo stesso erbicida è in grado di inibire l’attività mitocondriale e rallentare la riattivazione del genoma in embrioni precoci di riccio di mare.


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L’impatto ecologico degli OGM 0

Posted on September 03, 2010 by Associazione Biodinamica


Paola Migliorini
Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, Pollenzo
I rischi ecologici più gravi provocati dall’uso commerciale su vasta scala delle colture transgeniche, avendo queste il potere di riprodurre combinazioni di geni non presenti in natura, sono:
la diffusione delle colture transgeniche minaccia la diversità genetica delle colture attraverso la semplificazione dei sistemi colturali e la promozione dell’erosione genetica, cosi come e’ già stato per la produzione industriale delle sementi agricole e le colture ibride;
si diffonde l’inquinamento genetico di varietà naturali (flusso genico) verso altre varietà della coltura o verso parenti selvatici dovuto al trasporto di polline attraverso il vento o insetti impollinatori. Nel primo caso si tratta di un inquinamento da OGM verso altre piante coltivate non-OG:M (es. soia o mais) e che costituisce un serio problema presente ovunque (anche questo e’ riportato nel rapporto 2010 dell’Accademia Nazionale delle Scienze americana) a cui non si riesce a porre rimedio, soprattutto in areali di coltivazione dove le aziende sono medio-piccole. Il secondo caso e’ molto pericoloso nel caso di colture quali cotone, colza e barbabietola, ma anche orzo, avena e girasole, che hanno parenti selvatici molto diffusi negli agroecosistemi.
vi e’ il potenziale trasferimento di geni da colture erbicida-resistenti a parenti selvatici o semiaddomesticati creando così super infestanti. Ad oggi sono stati documentati centinaia di casi di resistenza a triazina, solfoniluree e imidazolinone su oltre 80 specie di piante spontanee alcune delle quali hanno sviluppato multi-resistenze. Questo aspetto è documentato nel rapporto 2010 dell’Accademia Nazionale delle Scienze americana, inconveniente per il quale suggeriscono di utilizzare altri erbicidi, diversi da quello per cui e’ resistente la pianta transgenica, sconfessando di fatto l’utilità di tale tecnologia o ammettendo che porta ad aumentare l’uso di erbicidi;
colture erbicida-resistenti possono diventare infestanti nelle colture successive. Questo aspetto non è molto diffuso ma è presente, in particolare per quelle colture che vanno a seme prima della raccolta e li fondono, producendo piante erbicida-resistenti che causeranno sulla coltura successiva molta competizione;
risulta criticabile l’affermazione secondo cui con le colture erbicida-resistenti si riduce l’erosione del suolo perché si può evitare di arare il terreno. L’aratura non viene fatta solo per controllare le infestanti, ma ha molti altri benefici agronomici (es. struttura il terreno). E’ vero che arare spesso il terreno ha portato alla riduzione della fertilità del suolo e che l’agroecologia e l’agricoltura biologica ricorrono a tecniche di minimum tillage o zero tillage oltre a numerose altre tecniche per garantire la qualità del terreno, tuttavia, la presenza e la copertura delle infestanti in misura controllata risulta utile proprio per evitare l’erosione dell’acqua battente e la mineralizzazione del topsoil oltre che per ridurre l’evapotraspirazione del suolo nudo.
si induce un aumento nell’uso di pesticidi (es. nel caso di tutti gli insetti non target per le tossine Bt) ed erbicidi, con aumento dei costi e dei danni ambientali. Ad esempio, gli erbicidi bromoxynil and glyphosate, a dispetto di quanto assicurano le ditte produttrici, sono prodotti tossici e dannosi per l’ambiente e per gli organismi del suolo e degli agroecosistemi acquatici (Pimentel et al. 1989).
l’uso di colture erbicida-resistenti mina la possibilità di diversificazione delle colture riducendo agrobiodiversità nel tempo e nello spazio ed aumentando la monocoltura;
si contribuisce alla creazione di nuovi batteri patogeni attraverso il trasferimento genico orizzontale mediato da vettori e ricombinazione;
si contribuisce alla generazione di nuovi ceppi virulenti di virus attraverso ricombinazione, soprattutto in colture transgeniche, progettate per la resistenza virale con geni virali;
gli insetti parassiti sviluppano una resistenza alle colture con tossina Bt. Questo non e’ un rischio, ma un danno certo, documentato anche dal rapporto 2010 dell’Accademia Nazionale degli USA, per evitare il quale, l’Agenzia di Protezione Ambientale USA raccomanda di coltivare piante Bt alternandole con piante non-Bt (almeno 30-40% della SAU) secondo degli schemi precisi, assicurando una certa distanza tra file di piante Bt in modo da garantire la sopravvivenza alle popolazioni di insetti suscettibili alle tossine Bt, riducendo di molto la praticabilità, oltre che la diffusione su larga scala, delle colture transgeniche senza che comportino danni.
Da questo elenco derivano alcune conseguenze molto gravi:
  • perdita di biodiversità vegetale e animale;
  • aumento della monocoltura vs la policoltura;
  • semplificazione dell’agroecosistema e in particolare la diminuzione dei benefici connessi con una corretta gestione delle infestanti che, se controllate, non diminuiscono le rese ma coprono il terreno contro l’erosione e forniscono habitat e cibo per gli insetti utili;
  • aumento dell’agricoltura industrializzata su larga scala vs la piccola agricoltura di qualità;
  • impossibilita della coesistenza tra OGM e ogm-free e messa al bando dell’agricoltura biologica, IGP, DOP, etc. ed aumento dei costi per quegli agricoltori o allevatori che vogliono tenere una filiera OGM free;
  • uniformità produttiva e paesaggistica;
  • riduzione della sicurezza alimentare, aggravata dal fatto che i semi ogm sono protetti da brevetti e patenti.
La maggior parte delle innovazioni nelle biotecnologie agricole sono orientate al profitto piuttosto che ai bisogni. Quindi, pur non essendo contrari allo sviluppo di nuove tecnologie, è necessario integrare i risultati tecnici con le problematiche socio-ecomiche per poter avere un quadro completo dell’impatto agronomico dell’innovazione biotecnologica, in questo caso rappresentata dalle colture OGM, e avere un approccio agroecosistemico per la valutazione di queste che consideri le differenze nel ruolo della biodiversità nei vari agroecosistemi, comprese le diverse interrelazioni ecologiche, culturali, genetiche ed economiche, oltre che i diversi sistemi di produzione sementiera, di conservazione delle sementi e di concessione dei diritti (es: diritto di proprietà intellettuale).

Paola MiglioriniUniversità degli Studi di Scienze Gastronomiche, Pollenzo

I rischi ecologici più gravi provocati dall’uso commerciale su vasta scala delle colture transgeniche, avendo queste il potere di riprodurre combinazioni di geni non presenti in natura, sono:la diffusione delle colture transgeniche minaccia la diversità genetica delle colture attraverso la semplificazione dei sistemi colturali e la promozione dell’erosione genetica, cosi come e’ già stato per la produzione industriale delle sementi agricole e le colture ibride;si diffonde l’inquinamento genetico di varietà naturali (flusso genico) verso altre varietà della coltura o verso parenti selvatici dovuto al trasporto di polline attraverso il vento o insetti impollinatori. Nel primo caso si tratta di un inquinamento da OGM verso altre piante coltivate non-OGM (es. soia o mais) e che costituisce un serio problema presente ovunque (anche questo e’ riportato nel rapporto 2010 dell’Accademia Nazionale delle Scienze americana) a cui non si riesce a porre rimedio, soprattutto in areali di coltivazione dove le aziende sono medio-piccole. Il secondo caso e’ molto pericoloso nel caso di colture quali cotone, colza e barbabietola, ma anche orzo, avena e girasole, che hanno parenti selvatici molto diffusi negli agroecosistemi.vi e’ il potenziale trasferimento di geni da colture erbicida-resistenti a parenti selvatici o semiaddomesticati creando così super infestanti. Ad oggi sono stati documentati centinaia di casi di resistenza a triazina, solfoniluree e imidazolinone su oltre 80 specie di piante spontanee alcune delle quali hanno sviluppato multi-resistenze. Questo aspetto è documentato nel rapporto 2010 dell’Accademia Nazionale delle Scienze americana, inconveniente per il quale suggeriscono di utilizzare altri erbicidi, diversi da quello per cui e’ resistente la pianta transgenica, sconfessando di fatto l’utilità di tale tecnologia o ammettendo che porta ad aumentare l’uso di erbicidi;colture erbicida-resistenti possono diventare infestanti nelle colture successive. Questo aspetto non è molto diffuso ma è presente, in particolare per quelle colture che vanno a seme prima della raccolta e li fondono, producendo piante erbicida-resistenti che causeranno sulla coltura successiva molta competizione;risulta criticabile l’affermazione secondo cui con le colture erbicida-resistenti si riduce l’erosione del suolo perché si può evitare di arare il terreno. L’aratura non viene fatta solo per controllare le infestanti, ma ha molti altri benefici agronomici (es. struttura il terreno). E’ vero che arare spesso il terreno ha portato alla riduzione della fertilità del suolo e che l’agroecologia e l’agricoltura biologica ricorrono a tecniche di minimum tillage o zero tillage oltre a numerose altre tecniche per garantire la qualità del terreno, tuttavia, la presenza e la copertura delle infestanti in misura controllata risulta utile proprio per evitare l’erosione dell’acqua battente e la mineralizzazione del topsoil oltre che per ridurre l’evapotraspirazione del suolo nudo.si induce un aumento nell’uso di pesticidi (es. nel caso di tutti gli insetti non target per le tossine Bt) ed erbicidi, con aumento dei costi e dei danni ambientali. Ad esempio, gli erbicidi bromoxynil and glyphosate, a dispetto di quanto assicurano le ditte produttrici, sono prodotti tossici e dannosi per l’ambiente e per gli organismi del suolo e degli agroecosistemi acquatici (Pimentel et al. 1989).l’uso di colture erbicida-resistenti mina la possibilità di diversificazione delle colture riducendo agrobiodiversità nel tempo e nello spazio ed aumentando la monocoltura;si contribuisce alla creazione di nuovi batteri patogeni attraverso il trasferimento genico orizzontale mediato da vettori e ricombinazione;si contribuisce alla generazione di nuovi ceppi virulenti di virus attraverso ricombinazione, soprattutto in colture transgeniche, progettate per la resistenza virale con geni virali;gli insetti parassiti sviluppano una resistenza alle colture con tossina Bt. Questo non e’ un rischio, ma un danno certo, documentato anche dal rapporto 2010 dell’Accademia Nazionale degli USA, per evitare il quale, l’Agenzia di Protezione Ambientale USA raccomanda di coltivare piante Bt alternandole con piante non-Bt (almeno 30-40% della SAU) secondo degli schemi precisi, assicurando una certa distanza tra file di piante Bt in modo da garantire la sopravvivenza alle popolazioni di insetti suscettibili alle tossine Bt, riducendo di molto la praticabilità, oltre che la diffusione su larga scala, delle colture transgeniche senza che comportino danni.

Da questo elenco derivano alcune conseguenze molto gravi:

 

  1. perdita di biodiversità vegetale e animale;
  2. aumento della monocoltura vs la policoltura;semplificazione dell’agroecosistema e in particolare la diminuzione dei benefici connessi con una corretta gestione delle infestanti che, se controllate, non diminuiscono le rese ma coprono il terreno contro l’erosione e forniscono habitat e cibo per gli insetti utili;aumento dell’agricoltura industrializzata su larga scala vs la piccola agricoltura di qualità;
  3. impossibilita della coesistenza tra OGM e ogm-free e messa al bando dell’agricoltura biologica, IGP, DOP, etc. ed aumento dei costi per quegli agricoltori o allevatori che vogliono tenere una filiera OGM free;
  4. uniformità produttiva e paesaggistica;
  5. riduzione della sicurezza alimentare, aggravata dal fatto che i semi ogm sono protetti da brevetti e patenti.La maggior parte delle innovazioni nelle biotecnologie agricole sono orientate al profitto piuttosto che ai bisogni.


Quindi, pur non essendo contrari allo sviluppo di nuove tecnologie, è necessario integrare i risultati tecnici con le problematiche socio-ecomiche per poter avere un quadro completo dell’impatto agronomico dell’innovazione biotecnologica, in questo caso rappresentata dalle colture OGM, e avere un approccio agroecosistemico per la valutazione di queste che consideri le differenze nel ruolo della biodiversità nei vari agroecosistemi, comprese le diverse interrelazioni ecologiche, culturali, genetiche ed economiche, oltre che i diversi sistemi di produzione sementiera, di conservazione delle sementi e di concessione dei diritti (es: diritto di proprietà intellettuale).

 

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Agricoltura industriale, colture GM e biodiversità 0

Posted on September 03, 2010 by Associazione Biodinamica

 

Carlo Modonesi
Università di  Parma
L’agricoltura industriale controlla estensioni agricole per miliardi di ettari che vengono trattati con pesticidi e altri composti derivati del petrolio. Gran parte di questa terra non viene coltivata per l’alimentazione umana ma fondamentalmente per produrre mais e soia per il bestiame domestico allevato in batteria, i cui derivati sono alla base della dieta ad alto input di materia ed energia del mondo occidentale. Tale situazione viene spesso contrabbandata come un miracolo delle tecnologie avanzate impiegate nell’agricoltura moderna, con l’alibi che queste sarebbero in grado di garantire un altissimo output di prodotto utile a sfamare l’intera popolazione mondiale a prezzi accessibili. 
Va tuttavia osservato che il continuo rincaro dei combustibili fossili, i problemi relativi allo smaltimento dei liquami provenienti dagli allevamenti industriali dove si alimentano animali con mangimi GM, il sovrasfruttamento delle risorse idriche e dei suoli, la riduzione della qualità nutrizionale e organolettica degli alimenti prodotti con metodi intensivi e transgenici e la continua erosione della biodiversità naturale e agricola, dovuta proprio alle pratiche dell’agricoltura industriale, raccontano una storia molto diversa. Ciò invita a riflettere sull’idea di “innovazione tecnologica” cavalcata dalle corporation dell’agribusiness e sul significato assunto dall’agricoltura in un mondo dominato, ormai, da una concezione solo ideologica dell’economia, della scienza e della tecnologia.
L’agricoltura industriale si è rivelata insostenibile. Il suo obiettivo è stato unicamente quello di arrivare ad un monopolio del mercato dei prodotti alimentari al costo di distruggere i sistemi agricoli tradizionali e le dinamiche funzionali dell’ambiente. Già oggi il territorio si trova in una condizione di grave deterioramento, determinato dal cambiamento climatico, dalla contaminazione chimica e biologica, dall’alterazione fisica, dalla frammentazione degli habitat, dall’introduzione di specie alloctone, dal dissesto idrogeologico, dalla cementificazione, dalla produzione eccessiva di rifiuti, dalla distruzione delle foreste, dal sovrasfruttamento e diversione dei corsi d’acqua, così come dall’abuso delle pratiche venatorie, e molto altro ancora: tutti sintomi di una Terra malata a causa del sempre più potente impatto tecnologico dell’uomo. E’ disarmante rilevare come l’apparato dei ritrovati e dei dispositivi tecnologici dell’ultimo mezzo secolo, così sofisticati e potenzialmente invasivi, sia stato utilizzato con tanta incompetenza ambientale e incoscienza sociale.
Per quanto riguarda la riduzione della biodiversità, i dati del monitoraggio biologico (fonte IUCN) ci dicono che negli ultimi 100 anni, per un congruo numero di specie di vertebrati, invertebrati e piante, si è avuto un incremento del rischio di estinzione dovuto a cause antropiche. Attualmente, il 12% delle specie di uccelli e il 25% delle specie di mammiferi del mondo risultano “minacciati”, soprattutto per l’impatto ecologico dell’agricoltura. Le stime disponibili, inoltre, fanno ipotizzare che, in assenza di un’adeguata strategia di intervento, i ritmi futuri di estinzione delle specie cresceranno di 10 volte rispetto ai ritmi attuali: tutti i dati convergono nell’indicare che siamo entrati nella sesta estinzione biologica di massa. Va precisato che le morie di cui stiamo parlando non si verificano soltanto per un incremento della mortalità delle popolazioni biologiche, ma anche per la preoccupante riduzione della loro natalità. Molti animali, per esempio, si riproducono di meno per una serie di ragioni, e tra queste vi è il fortissimo impatto di un gruppo di molecole di sintesi denominate “distruttori endocrini” che da molto tempo interessano i medici epidemiologi e gli zoologi perché responsabili, sia nell’uomo, sia negli animali, di una serie di effetti patologici, incluso il cancro. Tali molecole minano gli ormoni sessuali e alterano la normale funzione del sistema endocrino all’interno dell’organismo. L’effetto più importante è una riduzione della fertilità dei maschi di molte specie di vertebrati, dagli storioni agli alligatori, fino ai felini e agli esseri umani. 
Il problema, tuttavia, oggi viene anche dal rilascio in campo aperto di piante geneticamente modificate. La letteratura scientifica ha documentato, attraverso studi di campo e di laboratorio, una serie di casi di rischi ecologici e biologici associati alle colture ingegnerizzate. Per esempio, un’importante indagine comparativa, basata su test di laboratorio effettuati su roditori, ha evidenziato che per tre mais ingegnerizzati (NK-603, MON-810 e MON-863) esistono rischi biologici significativi dovuti ad alterazioni rilevate a livello dei reni, del fegato, del cuore, del surrene, della milza e degli organi ematopoietici. Tuttavia, quello che oggi possiamo e dobbiamo dire con tutta onestà è, in fondo, ancora più preoccupante. Nessuno studioso del mondo, infatti, ha la minima idea della portata degli effetti che le piante geneticamente modificate potranno sortire su scala ecosistemica globale. La biotecnologia sta diventando una sorta di totem alchemico, basato sul mito del controllo e del dominio dei sistemi biologici: un controllo e un dominio decisamente infondati, dal momento che trascurano completamente la conoscenza dei loro effetti collaterali.

Carlo Modonesi
Università di  Parma

L’agricoltura industriale controlla estensioni agricole per miliardi di ettari che vengono trattati con pesticidi e altri composti derivati del petrolio. Gran parte di questa terra non viene coltivata per l’alimentazione umana ma fondamentalmente per produrre mais e soia per il bestiame domestico allevato in batteria, i cui derivati sono alla base della dieta ad alto input di materia ed energia del mondo occidentale. Tale situazione viene spesso contrabbandata come un miracolo delle tecnologie avanzate impiegate nell’agricoltura moderna, con l’alibi che queste sarebbero in grado di garantire un altissimo output di prodotto utile a sfamare l’intera popolazione mondiale a prezzi accessibili. 
Va tuttavia osservato che il continuo rincaro dei combustibili fossili, i problemi relativi allo smaltimento dei liquami provenienti dagli allevamenti industriali dove si alimentano animali con mangimi GM, il sovrasfruttamento delle risorse idriche e dei suoli, la riduzione della qualità nutrizionale e organolettica degli alimenti prodotti con metodi intensivi e transgenici e la continua erosione della biodiversità naturale e agricola, dovuta proprio alle pratiche dell’agricoltura industriale, raccontano una storia molto diversa. Ciò invita a riflettere sull’idea di “innovazione tecnologica” cavalcata dalle corporation dell’agribusiness e sul significato assunto dall’agricoltura in un mondo dominato, ormai, da una concezione solo ideologica dell’economia, della scienza e della tecnologia.
L’agricoltura industriale si è rivelata insostenibile. Il suo obiettivo è stato unicamente quello di arrivare ad un monopolio del mercato dei prodotti alimentari al costo di distruggere i sistemi agricoli tradizionali e le dinamiche funzionali dell’ambiente. Già oggi il territorio si trova in una condizione di grave deterioramento, determinato dal cambiamento climatico, dalla contaminazione chimica e biologica, dall’alterazione fisica, dalla frammentazione degli habitat, dall’introduzione di specie alloctone, dal dissesto idrogeologico, dalla cementificazione, dalla produzione eccessiva di rifiuti, dalla distruzione delle foreste, dal sovrasfruttamento e diversione dei corsi d’acqua, così come dall’abuso delle pratiche venatorie, e molto altro ancora: tutti sintomi di una Terra malata a causa del sempre più potente impatto tecnologico dell’uomo. E’ disarmante rilevare come l’apparato dei ritrovati e dei dispositivi tecnologici dell’ultimo mezzo secolo, così sofisticati e potenzialmente invasivi, sia stato utilizzato con tanta incompetenza ambientale e incoscienza sociale. Per quanto riguarda la riduzione della biodiversità, i dati del monitoraggio biologico (fonte IUCN) ci dicono che negli ultimi 100 anni, per un congruo numero di specie di vertebrati, invertebrati e piante, si è avuto un incremento del rischio di estinzione dovuto a cause antropiche. Attualmente, il 12% delle specie di uccelli e il 25% delle specie di mammiferi del mondo risultano “minacciati”, soprattutto per l’impatto ecologico dell’agricoltura. Le stime disponibili, inoltre, fanno ipotizzare che, in assenza di un’adeguata strategia di intervento, i ritmi futuri di estinzione delle specie cresceranno di 10 volte rispetto ai ritmi attuali: tutti i dati convergono nell’indicare che siamo entrati nella sesta estinzione biologica di massa. Va precisato che le morie di cui stiamo parlando non si verificano soltanto per un incremento della mortalità delle popolazioni biologiche, ma anche per la preoccupante riduzione della loro natalità. Molti animali, per esempio, si riproducono di meno per una serie di ragioni, e tra queste vi è il fortissimo impatto di un gruppo di molecole di sintesi denominate “distruttori endocrini” che da molto tempo interessano i medici epidemiologi e gli zoologi perché responsabili, sia nell’uomo, sia negli animali, di una serie di effetti patologici, incluso il cancro. Tali molecole minano gli ormoni sessuali e alterano la normale funzione del sistema endocrino all’interno dell’organismo. L’effetto più importante è una riduzione della fertilità dei maschi di molte specie di vertebrati, dagli storioni agli alligatori, fino ai felini e agli esseri umani. 
Il problema, tuttavia, oggi viene anche dal rilascio in campo aperto di piante geneticamente modificate. La letteratura scientifica ha documentato, attraverso studi di campo e di laboratorio, una serie di casi di rischi ecologici e biologici associati alle colture ingegnerizzate. Per esempio, un’importante indagine comparativa, basata su test di laboratorio effettuati su roditori, ha evidenziato che per tre mais ingegnerizzati (NK-603, MON-810 e MON-863) esistono rischi biologici significativi dovuti ad alterazioni rilevate a livello dei reni, del fegato, del cuore, del surrene, della milza e degli organi ematopoietici. Tuttavia, quello che oggi possiamo e dobbiamo dire con tutta onestà è, in fondo, ancora più preoccupante. Nessuno studioso del mondo, infatti, ha la minima idea della portata degli effetti che le piante geneticamente modificate potranno sortire su scala ecosistemica globale. La biotecnologia sta diventando una sorta di totem alchemico, basato sul mito del controllo e del dominio dei sistemi biologici: un controllo e un dominio decisamente infondati, dal momento che trascurano completamente la conoscenza dei loro effetti collaterali.


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Dalla coltivazione all’impiego: la nuova frontiera del problema OGM 0

Posted on September 03, 2010 by Associazione Biodinamica
Simone Vieri
Università La Sapienza, Roma
Il sistema di norme comunitarie per il rilascio ambientale e l’impiego di organismi geneticamente modificati (OGM) ha determinato numerosi motivi di contrasto tra la Commissione UE e gli Stati membri, in specie per ciò che riguarda la coltivazione,  che  è stata, di fatto, bloccata in otto Paesi.
Al fine di superare tali difficoltà, la Commissione UE ha iniziato ad elaborare una linea politica che, contrariamente al recente passato, non esclude più la possibilità del divieto alla coltivazione, da parte degli Stati membri, ma cerca di combinare il sistema di autorizzazioni europee, con il riconoscimento della libertà, per gli stessi Stati, di praticare, o meno, le coltivazioni sui loro territori.
Tale nuova impostazione, sebbene importante e di sicuro interesse, non è, tuttavia, risolutiva riguardo alla questione dell’impiego degli OGM in agricoltura, ma, anzi, rappresenta una soluzione di compromesso che si limita a spostare i termini del problema e che, di fatto, sancisce il nuovo quadro di riferimento – e di interessi – in cui detta questione deve essere, oggi, considerata.
La coltivazione di piante GM, aumentata, in 15 anni, da 1,7 a 134 milioni di ettari, si è concentrata in Paesi come USA, Argentina, Brasile (da soli, contano circa l’80% delle superfici)  che già erano principali produttori ed esportatori dei prodotti delle specie interessate, determinando, in specie per la soia, una sostituzione, di fatto, dei prodotti convenzionali, con quelli GM.
Per la UE, in genere, e l’Italia, in particolare, il problema degli OGM non si pone, dunque, in riferimento alla coltivazione delle principali specie interessate – per le quali sarebbero, comunque, destinate a rivestire un ruolo irrilevante a livello mondiale – bensì per la loro utilizzazione.
Si pensi, al riguardo, che, in Italia, si importano, in media, prodotti per l’alimentazione zootecnica (in buona parte, inevitabilmente, provenienti da Paesi produttori di OGM) per 1,7 miliardi di euro; mentre se si dovesse procedere all’introduzione delle coltivazioni transgeniche, si potrebbe, realisticamente, investire non più di qualche decina di migliaia di ettari, alimentando un mercato delle sementi transgeniche dal valore che sarebbe nell’ordine di pochi milioni di euro. E’, dunque, evidente che, riguardo al mercato europeo,  l’interesse delle multinazionali del biotech non è più rivolto alla coltivazione, ma al commercio e, quindi, all’impiego di OGM coltivati altrove.
In questo contesto, la questione OGM pone, oggi, delle priorità profondamente diverse rispetto al recente passato, in quanto l’aspetto centrale non è più rappresentato dalla loro coltivazione, bensì dalla natura dei beni intermedi (GM o non GM) che si intendono utilizzare nei processi produttivi di alcuni tra i più importanti prodotti dell’agro-alimentare italiano, primi fra tutti quelli delle filiere zootecniche.
Ne discende che il bivio di fronte al quale si trova oggi l’agro-alimentare italiano è tra la scelta di  puntare su filiere italiane, quale strumento di valorizzazione delle peculiarità dell’intero sistema, oppure di limitarsi a perseguire l’obiettivo del “fatto in Italia”, con prodotti intermedi, variamente, reperiti sul mercato globale.
La scelta non è di poco conto, ma strategica, in quanto, nel lungo periodo, dalla possibilità di continuare a fornire materie prime per la trasformazione, dipenderà la sopravvivenza stessa di una larga parte della nostra agricoltura e, quindi, anche del ruolo, non solo produttivo, che essa svolge nel sistema socio-economico del Paese.
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L’utilizzo attuale di Organismi transgenici 0

Posted on September 03, 2010 by Associazione Biodinamica
Gianni Tamino
Università di Padova
Nella realizzazione di organismi transgenici o geneticamente modificati (OGM) si ritiene sufficiente inserire un gene estraneo per determinare un nuovo specifico carattere, ma i geni agiscono secondo una logica a rete, tipica di un sistema complesso, in cui ogni gene interagisce con tutti gli altri. A questo proposito, nel 2002, il premio Nobel Dulbecco, ha dichiarato: “introducendo un nuovo gene in una cellula, la funzione di un gran numero di altri geni viene alterata: non è sufficiente introdurre un gene nell’organismo per determinarne l’effetto, che invece dipende da quali altri geni sono già presenti.”
Non è facilmente prevedibile quali alterazioni potrebbe provocare la diffusione nell’ambiente di OGM, ma sicuramente si dovrebbero adottare criteri cautelativi. Negli Stati Uniti, dove le coltivazioni transgeniche sono diffuse da vari anni, è stata realizzata una ricerca sugli impatti ambientali di tali coltivazioni. Nell’ampio studio “Impacts of Genetically Engineered Crops on Pesticide Use: The First Thirteen Years” (Benbrook, 2009) viene ampiamente documentato che, tra il 1996 e il 2008, nelle aree coltivate con soia o mais transgenici, l’uso di erbicidi e di insetticidi è aumentato in misura notevole. La principale conseguenza di questo incremento è stata la proliferazione di molte piante spontanee resistenti al glifosato, l’erbicida utilizzato nella coltivazione di soia transgenica.
Lo studio dimostra non solo che i semi transgenici non riducono l’uso di pesticidi, ma anche che vi è un veloce adattamento di alcune infestanti al glifosato, aumentando i costi degli agricoltori e diminuendo la produzione.
Infine, va ricordato che, per ovviare alla contaminazione ambientale attraverso il polline, si è pensato di inserire i geni nel DNA dei cloroplasti, ma una ricerca del 2003 ha dimostrato che i geni estranei inseriti in una pianta possano spostarsi dai cloroplasti al DNA del nucleo della cellula e in questo modo disperdersi nell’ambiente con il polline.

Gianni Tamino

Università di Padova


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DNA transgenico, il vero flagello dell’ingegneria genetica 0

Posted on September 03, 2010 by Associazione Biodinamica



Pietro Perrino
Dirigente di Ricerca del C.N.R.- Istituto di Genetica Vegetale
(ex Istituto del Germoplasma) c/o Facoltà di Agraria – Bari

E’ necessario sottolineare la differenza tra DNA transgenico e DNA naturale, in quanto molto spesso vengono considerati, erroneamente, identici. Il DNA transgenico è un cocktail di diversi pezzi di DNA di diversa origine, tra cui una sintesi approssimativa del gene che si vuole trasferire (e non il gene come spesso affermano i fautori dell’ingegneria genetica) nella pianta o animale, che vengono chiamati organismi geneticamente modificati (OGM) o transgenici. Questo cocktail si chiama costrutto e contiene anche il DNA per la resistenza agli antibiotici. Nel cocktail ci sono anche pezzi di DNA virali, spesso mortali. il DNA per la resistenza agli antibiotici deve essere aggiunto obbligatoriamente poiché senza di esso è impossibile individuare le cellule trasformate, cioè quelle nelle quali si è riusciti ad inserire il DNA transgenico. A volte non è sufficiente un costrutto, ma ce ne vuole più di uno per raggiungere l’obiettivo. Più costrutti formano una cassetta. I legami interni tra promotori (start) e terminatori (stop) del DNA transgenico sono deboli e si rompono facilmente, ragione per cui gli OGM sono instabili. Il DNA transgenico contiene punti caldi alla ricombinazione e ciò contribuisce alla formazione di nuovi legami con altro DNA disponibile e quindi alla formazione di nuovi virus, nuovi batteri e nuove malattie. Una delle conseguenze del comportamento del DNA transgenico è che esso, in tutto o in parte, si trasferisce orizzontalmente anche tra specie lontane e ad una frequenza di gran lunga superiore a quella del trasferimento genico orizzontale naturale. Con la differenza che il trasferimento genico orizzontale naturale (TGON) non avviene per caso, ma è causale (promosso o provocato da motivi ambientali) ed è preciso, mentre il trasferimento genico orizzontale artificiale (TGOA), cioè provocato dal DNA transgenico, è casuale, impreciso ed inaffidabile. Inoltre, il TGON avviene con una frequenza pari a 1, mentre il TGOA avviene con una frequenza pari a 1000. Non a torto, c’è chi asserisce che l’ingegneria genetica ha aperto delle vere e proprie autostrade al trasferimento genico orizzontale (TGO). Una conseguenza drammatica di questa alta frequenza del TGO del DNA transgenico è che il DNA transgenico presente nei residui delle piante transgeniche si trasferisce anche a specie lontane e non solo alle colture non transgeniche della stessa specie. Questo è un aspetto gravido di conseguenze, ma, stranamente, è sempre ignorato, come se non esistesse. Tutte le discussioni sulle distanze tra campi coltivati con colture convenzionali o biologiche e campi coltivati con colture geneticamente modificate o colture transgeniche sono sempre basate sul trasferimento genico verticale, cioè il trasferimento genico che avviene attraverso il polline (il cosiddetto flusso genico), ignorando completamente il trasferimento genico orizzontale del DNA transgenico e la ricombinazione. L’informazione che il trasferimento orizzontale del DNA transgenico esiste e che è pericoloso quanto il trasferimento via polline (se non di più), è fondamentale.  Questa informazione spiega anche perché la coesistenza è impossibile. Le due colture convenzionali e transgeniche non possono coesistere, in quanto la contaminazione o trasferimento del DNA transgenico dalle colture geneticamente modificate a quelle convenzionali è matematicamente certa. Alcuni studi hanno dimostrato che il DNA transgenico si trasferisce orizzontalmente ad una velocità o frequenza notevolmente superiore a quella del DNA naturale. Il DNA transgenico è il vero flagello dell’ingegneria genetica e questa è la ragione per cui il problema degli OGM sta proprio nella tecnica, che deve essere abbandonata prima che faccia altri danni.



OGM e biodiversità delle popolazioni umane 0

Posted on September 03, 2010 by Associazione Biodinamica

Giuseppe Rotilio
Università Tor Veragata

Roma Presidente della Federazione delle Società Italiane di Nutrizione

 

E’ da tutti accettato che il rischio potenziale, legato alla diffusione della tecnologia OGM di prima generazione nel settore agro-alimentare, è quello di ridurre fortemente la biodiversità delle specie vegetali interessate. Meno focalizzata dagli addetti ai lavori è la possibilità che siano ridotte le differenze storiche che ancora sussistono fra le popolazioni umane, con il loro patrimonio diversificato di capacità culturali e biologiche di resistere ed adattarsi a mutamenti ambientali. Infatti, la nutrizione è in grado di influenzare il genotipo umano contribuendo alla molteplicità fenotipica dell’umanità attuale. Già la rivoluzione agricola di 10000 anni fa ha portato alla selezione di qualità predominanti di cereali come quota maggioritaria nell’apporto calorico giornaliero. Il caso del grano, del riso e del mais è esemplare a questo proposito, in quanto la loro diffusione rispettiva corrisponde a tre aree ben definite di fenotipi e di culture (Europa, Asia orientale e Centro America). In altre parole, la riduzione della biodiversità vegetale e umana, su basi alimentari e nutrizionali, è iniziata già da lungo tempo, e si è accelerata negli ultimi 500 anni per effetto dell’impatto della rivoluzione industriale sulla produzione agroalimentare. Ma la diffusione degli OGM aprirebbe un altro scenario, soprattutto se fosse autorizzato l’ingresso sul mercato degli OGM di seconda generazione, cioè di organismi vegetali (e in prospettiva anche animali) arricchiti di componenti nutritivi non naturalmente presenti. La tecnologia del DNA ricombinante permetterebbe la creazione di nuovi esemplari agronomici e zootecnici in tempi estremamente più brevi di quelli già sperimentati dall’umanità e la più drastica globalizzazione nutrizionale porterebbe ad una omogeneità fenotipica di Homo sapiens di un livello non immaginabile al presente. Le variazioni ambientali, cambiamenti climatici o infezioni pandemiche in primo luogo, avrebbero conseguenze ben più pesanti del vantaggio nutrizionale a breve termine che si otterrebbe con un cibo artificiale e di fatto farmacologico.

Convegno sugli OGM 0

Posted on September 02, 2010 by Associazione Biodinamica

AGRICOLTURA E BIOTECNOLOGIE: IL FRONTE DELLA RICERCA TRA UN’AVANGUARDIA SILENZIOSA E UN’INNOVAZIONE SUPERATA.

Con questo titolo, il 20 luglio scorso, si è svolto a Roma nell’auditorium dell’Ara Pacis, il convegno sugli OGM organizzato da Coldiretti e Task Force che raccoglie associazioni di categoria e ambientaliste, tra queste Aiab, Amab, Slow Food, WWF, FAI. Coordinato da Stefano Masini di Coldiretti, l’incontro è stato aperto dal sindaco Gianni Alemanno. Per gli organizzatori, il tema degli OGM è importante e necessita di una ricerca sistematica e indipendente. I sostenitori degli OGM in agricoltura affermano che chi dubita dell’opportunità del loro utilizzo assume una posizione antiscientifica e ideologica. Studi scientifici di rilievo internazionale mostrano come sia necessario, invece, adottare un atteggiamento prudente e preventivo, per motivi legati alla tutela della salute umana, degli animali e dell’ambiente. Alcuni Paesi europei hanno vietato la coltivazione di questi organismi. Inoltre, il progresso scientifico negli ultimi anni non si lega a innovazioni nel campo della transgenesi, piuttosto è il miglioramento genetico tradizionale, abbinato a moderne tecnologie, a fornire i risultati più significativi. Riportiamo qui gli atti del convegno con gli interventi, fra gli altri, di Gianni Tamino e di Simone Vieri. Per la nostra  associazione, era presente Matteo Giannattasio.



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