10 Dec

Ciao! Sono un folletto o gnomo o coboldo – come voi mi volete chiamare!

di Enzo Nigrisolo

follettoCiao! Sono un folletto o gnomo o coboldo – come voi mi volete chiamare!

Sono un burlone e mi diverto a fare scherzi agli uomini. Da un po’ di tempo,  nella mia comunità sempre più sento parlare di una scuola di pedagogia dove si insegna anche l’agricoltura biodinamica. Voglio andare a curiosare e……. sono sicuro che mi divertirò un mondo, dato che io sono un esperto in questo campo!

Giungo in questa scuola e vedo, oltre ai fabbricati, un appezzamento di terreno con degli alberi, delle piante da frutta,  un orto lavorato con molta serietà e, tutto attorno, una miriade di folletti come in attesa di uno spettacolo. All’improvviso sento un vocione di uomo che sta confabulando con dei giovani, donne e uomini. Scorgo un omone grande,  con i capelli bianchi, che avvicinandosi  dice: “Adesso piantiamo dei paletti e tiriamo uno spago per fare una linea retta!” Terminato il lavoro l’omone, che è il maestro, osserva il risultato e subito afferma: “Ma è una linea retta questa? Mi sembra un serpente!” e tutti noi folletti ci mettiamo a ridere. Il maestro  aggiunge: “Come vi ho spiegato, anche voi siete una retta che deve confrontarsi con il mondo: tanto più la vostra linea interiore sarà diritta, tanto più sarete coscienti del mondo esterno”.

Poi invita gli allievi  a prendere una zappetta e chiede loro di fare un solco sul terreno seguendo la linea dello spago. Altra risata di noi folletti meravigliati perchè qualcuno degli allievi  prende il manico della zappetta con tutte e due le mani sotto al manico, in modo maldestro. A questo punto si sente ancora il vocione del maestro: “Ma come usate i vostri arti, le vostre leve in rapporto alle cose del mondo?!”

Devo dire che la cosa mi sta incuriosendo. Poi vedo altri allievi che prendono dell’acqua calda e la versano in un grosso recipiente conico spargendovi dentro una specie di terriccio scuro che il maestro chiama corno-letame. Poi, con un bastone di betulla,  essi cominciano a girare il liquido prima in un senso e, dopo breve tempo, in  senso contrario.  Tutto questo richiede circa un’ora di lavoro. Vengono richiamate diverse ondine le quali guizzano dentro e fuori del liquido. Alla fine quest’acqua scura viene versata in altri recipienti nei quali viene immerso solo il pane di terra di tutte le piantine che  verranno trapiantate nel solco tracciato nell’orto.

Poi, quando  le piantine hanno assorbito per bene quel liquido, vengono inserite nel terreno con grande festa di tutti i folletti.

Viene tracciato un altro solco e vengono inserite nel terreno ancora altre piantine. Allora la voce   del maestro si fa sentire ancora: “Ma non vedi: inserendo la piantina nel terreno calpesti le piantine che hai trapiantato nel tracciato di prima: vuol dire che non hai una buona relazione con lo spazio attorno al tuo corpo, devi quindi  lavorare nella tua coscienza affinché tu possa percepire meglio ciò che è fuori di te, sviluppare coraggio per conquistare una giusta comunanza con le cose del mondo e con gli altri uomini.”

 

Poco lontano vedo un ammasso maleodorante di letame di mucca con vicino qualche folletto che non mi è proprio simpatico!

Sento ancora il vocione del maestro che guida gli allievi: “Prendete le forche e dividetevi in due gruppi: faremo due cumuli di letame.”

Man mano che il lavoro continua vedo crearsi delle forme. Un cumulo è più soffice ma con una pancia a sinistra e una più a destra, mentre l’altro cumulo è ben squadrato, con una forma più equilibrata,  ma abbastanza pesante.  Quando i cumuli sono stati realizzati,  il maestro fa un’osservazione: “Vi siete accorti che il primo cumulo è soffice perché voi che lo avete realizzato siete quasi tutti artisti,  un po’ sognanti, mentre l’altro cumulo è più preciso ma meno soffice poiché coloro che lo hanno lavorato sono meno sognanti,  più con i piedi per terra? Bisognerebbe curare il lato pedagogico affinché le qualità di una parte degli allievi diventino qualità anche dell’altra e il lavoro dei cumuli acquisisca un giusto equilibrio.”

Ora comincio lentamente a capire che questo lavoro di agricoltura biodinamica può non solo offrire conoscenze per una giusta e responsabile cura della terra ma può divenire occasione per la conoscenza di se stessi, premessa indispensabile per un lavoro di autoeducazione assolutamente necessario per chi vuol lavorare con i bambini e i giovani.

 

A un certo punto attorno ai cumuli tutti gli allievi fanno silenzio per ascoltare il maestro che, con voce più dolce, parla dei vari preparati che vengono inseriti nei due cumuli. Per vera magia alchemica, tutto attorno si riempie di folletti, di ondine, di silfidi, di salamandre. Gli allievi imparano che i preparati corrispondono agli organi dell’uomo e in loro si va sempre più  delineando l’immagine dell’unione fra l’uomo e la natura.

Poi, quando il maestro comincia a spiegare il lavoro che noi esseri della natura  svolgiamo dentro i cumuli, potrei sembrarvi un presuntuoso, ma io mi sento felice e come liberato nel sentire che qualcuno ci riconosce quale esseri della natura e riconosce il nostro lavoro.

Viene anche  dinamizzato il preparato di valeriana. Il maestro suggerisce di muovere la massa d’acqua dalla periferia e poi sempre più forte fino ad arrivare al centro creando un cono. Qualche allievo comincia dal centro, altri dalla periferia e non raggiungono mai il centro. Il  maestro spiega che i primi interiormente vogliono raggiungere  il risultato finale dell’esperienza   senza  coglierne il processo manifestando così una forma interiore troppo accentratrice, troppo egoica, e di noncuranza verso gli altri esseri viventi;  gli altri  si perdono nell’azione e nel tutto non riconoscendosi più come individui.  Queste due tendenze devono fondersi raggiungendo un equilibrio per poter svolgere il lavoro pratico nell’orto e nel frutteto.

A questo punto tutti e due i cumuli  vengono   ricoperti dalla paglia come ricevessero un vero e proprio vestito.

Parecchio tempo dopo vedo la preparazione pratica dei preparati: con pale e vanghe gli allievi scavano delle buche mentre altri preparano delle cassettine di legno nelle quali vengono posti  i preparati  che sono  poi  inseriti nelle buche dove avviene un processo di morte e di decomposizione a cui segue un processo di vita.

E’ meraviglioso poter osservare la potatura delle piante, in particolar modo delle rose e degli alberi da frutto. Gli allievi si sentono impauriti nell’affrontare questo compito ma vengono sorretti dal  maestro che li esorta con il suo vocione: “Fai il primo taglio, forza, coraggio: il coraggio è necessario per affrontare la vita e per prendersi delle responsabilità.”

Durante il periodo invernale il maestro e gli allievi si trovano all’interno di un’aula. Con gioia sento parlare di stelle, di pianeti e dell’uomo, di come ciò che è dentro l’uomo  è anche là fuori nella natura. Mi sento euforico perché finalmente l’uomo sta diventando sempre più consapevole.

Devo dire che adesso mi è veramente chiaro questo sposalizio tra la pedagogia e l’agricoltura  biodinamica e prometto che non ne riderò più.

Adesso vi devo lasciare;  so che dovrei spiegarvi molte altre cose ma ciò che ho raccontato  per il momento può bastare perché, sapete, anch’io sono molto impegnato con tutti i compiti che ho da svolgere!

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