13 Dec

Contro il mito del chilometro zero, di Carlo Triarico

Articolo uscito nel mensile dell’Osservatore Romano “Donne Chiesa Mondo” n.47 Dicembre 2018

Possiamo essere sicuri del cibo che mangiamo? Il commercio di prodotti alimentari dominato dalle grandi multinazionali, che determinano le politiche e i prezzi, delocalizza e appiattisce gli alimenti, trattandoli come materie prime anonime, merci per le lunghe catene delle produzioni industriali di cibo. I grandi viaggi e le vaghe vie commerciali che vanno dal campo alla tavola, in cui troppi attori traggono guadagni, riducono le concrete garanzie di qualità, tracciabilità, controllo e sicurezza, collocando spesso ai due punti estremi del commercio contadini malpagati e cittadini malnutriti. Eppure, per azzerare la fame, il cibo deve poter circolare e arrivare nei paesi dove e quando serve, con regole trasparenti ed eque. Le normative e i sistemi di governo del commercio internazionale sono impreparati a contrastare un fenomeno che non è di circolazione, ma di delocalizzazione di portata mondiale degli alimenti e della loro produzione. Fenomeno che sta provocando nuova fame e nuovi conflitti, anche a causa della feroce sottrazione del cibo dai mercati reali, in assenza di regole, per usarlo là dove si fa denaro col denaro.

Gli affamati sono aumentati di decine di milioni in pochi anni, mentre la qualità nutrizionale di tanti alimenti è decaduta. Sono così cresciuti, per giusta risposta, i mercati contadini, i gruppi d’acquisto solidali e i ristoranti con cibo locale, ma accanto a questi crescono i furbi della tracciabilità, cuochi che vantano il chilometro zero, ma comprano cibo del posto un paio di volte l’anno, a basso prezzo, mentre aumentano gli usi ingannevoli di diciture d’origine e “made in Italy” sulle etichette. Cibi spacciati come di nobili origini sono acquistati invece a prezzi ingiusti, sfruttando il lavoro dei contadini lontani e danneggiando gli agricoltori locali. La crescita della richiesta di cibo a chilometro zero porta a volte a trascurare che la vera origine del cibo è l’agricoltore. In realtà per gli agricoltori il chilometro zero, che ha come conseguenza l’impossibilità di scambiare con altre popolazioni il cibo necessario, ha costituito una delle cause storiche della fame. Il cibo è sempre circolarità, mescolanza e quando un potere esterno o eventi non governati hanno imposto regimi autarchici all’alimentazione sono state le popolazioni contadine le prime a pagarne il prezzo: da sempre gli agricoltori hanno scambiato oculatamente i prodotti della vocazione del proprio territorio con quelli provenienti da altri territori e culture. La saggezza era letteralmente l’atto di assaggiare, avere consapevolezza dei sapori della propria terra e unire le distanze conoscendo i prodotti altrui. La diffusione del cibo di prossimità, di diretta provenienza dall’agricoltore deve quindi essere accompagnata dalla promozione di una solida cultura popolare alimentare, che emancipi anche il consumatore dalla dipendenza e ne faccia un saggio alleato del contadino. In questo svolgono un ruolo il metodo produttivo ecologico e il contributo dell’agricoltura biologica e biodinamica, ma anche tutto quanto valorizza l’agricoltore e riporta l’agricoltura a fondamento dei propri processi.

Non credo nel cibo a chilometro zero fine a sé stesso, che potrebbe essere inquinato, di pessima qualità, occultare lunghe catene produttive, che vedono l’agricoltore asservito a processi che lo schiavizzano, brevetti sui semi, dipendenza dai mezzi di produzione e contratti illiberali. Per altri versi so che c’è anche un cibo contadino lontano, che è prezioso, perché qui non lo si potrebbe produrre e perché proviene da popolazioni povere di cui rappresenta l’unica ricchezza da scambiare. Un cibo che è un abominio rapinare con prezzi che annientano economie e vite umane di intere regioni.

Per tutto questo bisogna insistere a ridurre i passaggi e gli ingiustificati arricchimenti lungo le catene del valore e quindi mirare alla filiera corta che unisca ovunque cittadino e contadino. Il chilometro zero senza filiera corta, privato di questa prossimità e alleanza, è mortifera autarchia.

Così nel nostro immaginario si presentano due correnti della vita. Quella riproduttiva e quella nutrizionale. La corrente riproduttiva genera vita, rappresenta vigoria di forze, è lineare e procede di generazione in generazione, di padre in figlio. Secondo alcuni neuro scienziati dobbiamo al ripetersi lineare delle lunghe genealogie dei testi sacri l’avere iniziato ad acquisire le facoltà di connessione logica. Dal padre non può che provenire il figlio, un terzo è escluso. È esclusiva e deterministica quindi questa via maschile, che però porta vita dove tutte le specie corrono su linee parallele e non possono incrociarsi e mescolarsi. C’è poi la linea nutrizionale. È inclusiva la nutrizione, la corrente dove tutte le vite entrano una nell’altra divenendo reciprocamente cibo nelle catene trofiche. È cedevole generosità dell’offerta. Come la riproduzione parte dall’esclusione per generare vita, così l’alimentazione presuppone la morte per unire tutto in tutto.

L’alimentazione è gentilezza del sacrificio, come ricordano i riti di ringraziamento di tutte le mense ed è corrente femminile. Per quanto oggi la nutrizione sia occultata da finti chilometri zero, dalla cultura dello scarto e dal marcio degli abusi, per quanto sia contesa da deterministiche strutture lineari di commercio solo a parole libere e sia ben rappresentata da cuochi “maschi alfa”, l’alimentazione trova sempre fondamenta nel nostro femminile che la serba e la propaga.

Ecco, alle filiere esclusive, che all’agricoltore e al consumatore sottraggono identità, dignità e valore, io preferisco la circolarità inclusiva, che accoglie e dispensa il cibo in un patto tra chi lo produce e chi se ne nutre. Una scelta urgente per vincere la lotta allo sterminio per fame, su cui va chiamato ora il mondo a raccolta, affinché possa essere raccolto.

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