05 Oct

Farsi carico della catastrofe – Dopo il rapporto della Fao sulla sicurezza alimentare nel mondo

Scarica qui l’articolo sulla pagina originale del quotidiano romano

di Carlo Triarico

Osservatore Romano del 13 settembre 2018, pag. 2

I cambiamenti climatici, insieme ai conflitti in varie parti della Terra, stanno causando un aumento della fame e della crisi alimentare nel mondo.

Queste le drammatiche conclusioni del dettagliato documento Fao “The state of food security and nutrition in the world 2018”, diffuso l’11 settembre, che indica come probabile il fallimento dell’obiettivo Onu “Fame zero entro il 2030”. Eppure gli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile dell’Onu (Sustainable, Development Goals) per annullare la fame parlano chiaro: bisogna assicurare la disponibilità del cibo alle popolazioni povere con continuità stagionale; intervenire subito sui bambini sotto i 5 anni, le adolescenti, le donne in gravidanza e allattamento e gli anziani; raddoppiare la produttività agricola e il reddito dell’agricoltura familiare e contadina, specie di donne, indigeni, pescatori, pastori, agricoltori e produttori su piccola scala; garantire l’equo accesso alla terra, alle conoscenze, ai mercati, alle risorse e ai servizi alle popolazioni; assicurare la produzione di cibo sostenibile e incrementare le pratiche agricole resilienti, che salvano produttività, ecosistemi e qualità dei suoli; salvare la biodiversità delle sementi, delle piante e degli animali domestici e selvatici e promuovere la sovranità alimentare con l’accesso e l’equa condivisione dei benefici derivanti dall’utilizzazione delle risorse genetiche mondiali e delle conoscenze tradizionali associate. Ma anche limitare alle funzioni proprie il mercato delle commodity alimentari e derivati finanziari, con la trasparenza sulla distribuzione e disponibilità reale degli alimenti per limitare la volatilità dei prezzi del cibo.

La strategia indicata dai maggiori scienziati al mondo per lo sviluppo — come emerge dal documento Fao — non è dunque quella delle grandi infrastrutture, del latifondo e delle produzioni mondiali basate sulle monocolture, i brevetti sul cibo, le legislazioni che permettono la speculazione finanziaria sulle materie prime alimentari contro i bisogni alimentari del pianeta. La strada è invece l’ecologia integrale, lo sviluppo umano integrale, l’incremento delle tecnologie dolci, le microinfrastrutture diffuse capillarmente e per tutti, uno sviluppo reso possibile proprio grazie alla cultura e alla produttività degli ultimi. Per la comunità internazionale il precetto cristiano “prima gli ultimi” è divenuto, così, anche metodo tecnico scientifico per mettere in salvo le sorti planetarie.

La via fossile dell’economia e la rivoluzione verde sono considerate oggi come opzioni perdenti e i cambiamenti climatici e politici a esse legati ne evidenziano la drammaticità. La seconda parte dello studio Fao espone proprio i dati dei disastri ambientali, a danno di tutti, provocati dal sistema. Basti dire che l’ottanta per cento delle perdite in agricoltura è stimato provenire dalla diffusa siccità, che colpisce ormai stabilmente 27 paesi (19 in Africa).

Le terre sono spesso contese dai signori della guerra, finanziati e armati dagli interessi dei paesi ricchi all’accaparramento del suolo coltivabile. La pioggia si concentra in un minor numero di giorni che in passato e le precipitazioni, sempre più violente, aumentano l’erosione dei suoli in gran parte del mondo. Le alluvioni hanno subito un incremento del 65 per cento negli ultimi 25 anni. I paesi, che erano stimati soffrire danni climatici bassi o medi erano l’83 per cento tra il 1996 e il 2000, ma sono diventati il 96 per cento tra il 2011 e il 2016, cioè ormai quasi la totalità.

Una lettura ingenua del fenomeno induce spesso a domandarsi se c’è pura follia nel perseguire una politica che, in fondo, mina il futuro di tutti, anche dei più potenti. In realtà il Novecento ha già mostrato che la massima follia delle azioni si può accompagnare alla razionalità estrema, a una logica ferrea condotta fino al punto di catastrofe. Ad avvantaggiarsi nell’immediato dei danni climatici sono infatti proprio quelli che più li causano. Lo scioglimento dei ghiacci artici, ad esempio, apre alle compagnie petrolifere l’estrazione di nuovi giacimenti di petrolio prima irraggiungibili e ai grandi gruppi vie di commercio Est Ovest facilitate.

C’è arricchimento dietro al disordine costituito, alla guerra mondiale puntiforme. La chiamano la nuova corsa all’oro, un’illusione certo di corta durata, se i suoi effetti sono fenomeni come la fuga delle popolazioni della Groenlandia e Norvegia del nord, l’allagamento in pochi anni delle isole del Pacifico abitate e di aree costiere intensamente antropizzate, eventi climatici estremi nelle aree più fragili, siccità e alte temperature nelle zone interne, fame e grandi migrazioni.

Sappiamo che alla fine, per il sistema generato, l’allagamento di Shanghai provocherebbe crolli alle borse di New York, ma alla fine. Occorre invece ragione e saggezza per comporre subito una policy globale delle piattaforme e dei processi in cui la resilienza al clima si sposa con uno sviluppo sostenibile, sapendo che sviluppo oggi non coincide con crescita dei consumi, dello spreco di ricchezze, o con la guerra di conquista delle altrui risorse.

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