23 Dec

GLI OCCHI DI FABRIZIO

di Enrico Mariani 

cascine-orsine

Sabato 19 ottobre. Cascine Orsine a Zelata di Bereguardo. Il cielo è percorso da nuvole immerse in un grigio tenue che ha il sapore dell’autunno. La temperatura è piacevole, appena sotto i 20 gradi.

Alle tre del pomeriggio un gruppo di partecipanti al ‘Corso di alimentazione e benessere’ stanno iniziando la loro visita all’azienda biodinamica. Io faccio parte di questo gruppo e mi sento emozionato e felice, come quando da bambino, a nove anni circa, entrai per la prima volta nello stadio di S.Siro a Milano per assistere all’incontro di calcio Inter-Juventus. Era il 1962. Passavo pomeriggi interi sul campetto di calcio dell’oratorio di via Rosselli a Milano. La Juventus era la mia squadra del cuore e Sivori il mio campione preferito. Avevo la mia maglietta bianconera sulla quale la nonna aveva ricamato in rosso il mitico numero 10. Con i calzettoni abbassati intorno alle caviglie, cercavo di imitare Sivori in tutte le sue movenze atletiche. E pensare che erano poche all’epoca le occasioni di vedere partite di calcio in televisione. Solo la domenica sera, l’unico canale televisivo  nazionale  trasmetteva alle 19 in differita il secondo tempo di una partita giocata nel pomeriggio. Quando la squadra era la Juve il mio cuore esplodeva di gioia e ricercavo sul piccolo schermo in bianco e nero le movenze feline del mio grande campione Omar Sivori, il suo dribbling esaltante, i suoi assist spettacolari, i suoi calzettoni abbassati. Quel giorno a S. Siro coronavo il primo sogno della mia vita: tutta la mitica squadra bianconera (ricordo ancora oggi la formazione esatta!) era lì, in carne ed ossa davanti a me, su un prato verdissimo inondato dal sole primaverile. Quanta differenza con il grigio televisivo!

 

A 51 anni di distanza, mentre mi trovo nel grande cortile all’ingresso delle Cascine Orsine, non posso fare a meno di notare che sono proprio in trepida attesa come allora! Stupenda nostalgia di pensieri che sgorgano dal cuore di un bambino!

Avevo sentito parlare, avevo letto dei cumuli, dei corni interrati, dei preparati e via dicendo. Ne avevo discusso a livello teorico con il mio caro amico Claudio Elli.  Con Claudio il rapporto è profondo. Compagno di corso per tre anni a Roncegno nella formazione in medicina antroposofica, ho trovato grazie a lui la possibilità di cominciare un lento processo di risveglio interiore, dopo lunghi anni di sonno profondo. Il mio cuore ha sobbalzato di fronte all’immagine di una Terra malata, tanto malata che anche la concimazione scientifico-spirituale effettuata dall’agricoltore biodinamico sta piano piano perdendo di efficacia.

“Dobbiamo interrogarci tutti sulle ragioni di questa perdita di effetti positivi” tuonava Claudio nel suo amorevole crescendo collerico.

E proseguiva: “Anche la medicina del resto sta cominciando a vivere lo stesso profondo disagio. Gli estratti di vischio, ad esempio, funzionano meno rispetto al passato. Le malattie e i disagi della Terra devono essere affrontati e studiati insieme alle malattie umane. Il che vuol dire che è arrivato il momento in cui il medico e l’agricoltore devono collaborare strettamente, direi addirittura lavorare insieme in nuove comunità operative che abbiano a cuore il destino futuro della Terra e di quanti la abitano, cioè dei quattro regni della natura!”

Devo confidarvi, cari amici, che quando Claudio fa discorsi di questo tipo il mio cuore comincia ad infiammarsi di entusiasmo e mi chiedo dove mai fossi stato fino a quel momento per non accorgermi di tutte queste evidenti realtà.

“Da soli non si va più da nessuna parte. Il medico deve uscire dal suo ambito ristretto e deve collaborare attivamente con l’agricoltore!”, la chiosa finale di Claudio.

Ci viene incontro Fabrizio, l’agricoltore biodinamico dell’azienda che si prende cura degli ortaggi e degli alberi da frutto. Occhi tranquilli e profondi, calma espositiva nelle sue parole che descrivono il cumulo.

“Ecco l’humus, toccatelo, è friabile e leggero, non ha odore sgradevole, anzi…”, suggerisce mentre con gesto delicato sposta foglie e steli dalla sommità del cumulo stesso.

Compare un terriccio scuro, farinoso, inodore, che sembra accarezzare le dita senza lasciare alcun residuo sulla pelle della mano. Sono emozionato e felice nello stesso tempo.

“Ecco il medicamento della Terra” sussurro ai miei compagni vicini, ricordando le parole di Claudio.

Proseguiamo il nostro itinerario, guidati dai gesti pazienti di Fabrizio che attende le domande di tutti con calma certosina.

Giungiamo all’altare.

Gia’, il nuovo altare, come ebbe a definirlo Sabrina Menestrina parlando ai colleghi della società medica antroposofica italiana al convegno nazionale di Roncegno 2013.  Una fossa scavata nel terreno, quasi ad altezza d’uomo, con un pendio declive sabbioso.  Fabrizio entra nella fossa e, dal basso, ci guarda tutti con i suoi occhi grandi e sinceri. Quindi, con gesto delicato e sapiente, estrae un corno dalla profondità del pendio e ce lo mostra con un atteggiamento di rispetto.

“Qui il 29 settembre vengono interrati i corni” ci dice con naturalezza.

Ma le parole di Sabrina mi risuonano nel cuore:  “L’agricoltore è il nuovo sacerdote di un nuovo culto che consiste nel  portare consapevolmente forze di guarigione alla Terra con la partecipazione attiva della comunità umana risvegliata”.

Ormai sono le 16.30. Il nostro giro esplorativo sta per concludersi.

“Qui anni fa gli abitanti dei dintorni ci prendevano per matti, con tutte le nostre strane procedure. Ora però, visti i risultati, si stanno ricredendo. Siamo in pochi però. Dieci anni fa eravamo in cinque, ora siamo solo in due a portare avanti il lavoro”. Ci saluta con queste parole Fabrizio.

I suoi occhi sono sempre magici, ma in questo momento un po’ tristi.

Mentre ritorno verso l’auto parcheggiata all’ingresso, mi frullano un sacco di pensieri: in parte miei, in parte di Claudio, di Sabrina e di altri amici.

“Come fare, cosa cambiare della nostra vita per rendere più operative ed efficaci queste forze di risanamento? Non più una medicina chiusa solo negli studi, negli ambulatori e negli ospedali. Curare i Pazienti qui, dove la Terra è biodinamica, dove scorrono forze di guarigione per gli animali, per i vegetali e per i minerali. Dove gli alimenti divengono forze vitali e spirituali per le generazioni future”.

Mi sto accorgendo che sto parlando da solo, vicino alla stalla, nei pressi dell’uscita. Vicino a noi due vitellini nati ieri stanno riposando placidamente sul letto di paglia, vicino alla loro mamma.

“Siete proprio fortunati ad essere nati qui”, si rivolge mio figlio Ettore a quello più vicino allo steccato.  Gli porge il dito e il piccolo lo succhia avidamente.

“Grande! E’ dolcissimo, senza denti, ma già indipendente!” esclama Ettore con soddisfazione.

Ho da poco compiuto sessanta anni. Per trentaquattro ho lavorato in ospedale e nel mio studio professionale. Sento l’esigenza di un cambiamento, per il quale nutro gioia ed aspettative.

In fin dei conti il linguaggio del cuore non cambia nel corso della vita: come quando avevo 9 anni e sgambettavo sul campetto dell’oratorio con quella maglia sgualcita. Quel magico numero 10 di Omar Sivori!

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