10 Dec

IL RAPPORTO DELL’UOMO CON LA NATURA FRA PASSATO E FUTURO

sintesi delle relazioni tenute all’oasi S.Benedetto il 17-19 giugno 2011 – II° parte 

di Stefano Pederiva

 

L’impulso portato dal Cristo rappresenta una svolta significativa anche nel come l’uomo si rapporta alla natura. Se si guardano le grandi linee dello sviluppo del cristianesimo si possono caratterizzare due grandi filoni: da un lato il cristianesimo romano con il graduale emergere anche di un suo potere temporale, dall’altro il cristianesimo irlandese con una sua storia meno appariscente e più vicino al mondo della natura. Nel filone meridionale si vede la figura del Cristo come colui che porta la redenzione dal peccato originale, quindi in una ottica di natura prettamente morale. Il Cristo viene vissuto come “giudice” che condanna il peccato e premia le virtù. La natura è luogo di espiazione, il lavoro viene considerato  come punizione, così come si

evince dall’immagine biblica della cacciata dal paradiso. Quindi si allontana da sé la natura, luogo di peccato, e ci si concentra sulla vita interiore, in questo senso si creano le premesse che porteranno poi al dualismo fra sfera religiosa e morale, quella interiore, curata dalla chiesa, e lo studio della natura e del mondo esteriore lasciato alla scienza, il dualismo tipico dell’uomo moderno.

Se si segue con una certa attenzione la vita del Cristo, si può osservare come in realtà il Cristo interagisca in modo significativo con la natura: non solo calma la tempesta e trasforma l’acqua sorgiva in vino, ma con il mistero della transustanziazione trasforma il pane nel suo corpo e il vino nel suo sangue e considera la terra come sua propria corporeità. La tradizione chiesastica rimuove però questi  nessi con la natura e valorizza con la comunione il processo di interiorizzazione, in quanto da un lato vi deve essere un processo di purificazione, dall’altro si ha da accogliere dentro di sé il Cristo stesso per superare il peccato.

 

Il cristianesimo irlandese procede,  nel settentrione, per vie molto diverse, qui i sacerdoti druidici arrivano autonomamente a riconoscere la discesa del Cristo sulla terra, in quanto percepiscono i cambiamenti che avvengono nell’aura vivente della terra, da loro ancora colta con lo sguardo chiaroveggente, nel momento in cui il sangue del Cristo si unisce alla terra. In effetti il passaggio dai culti pagani al cristianesimo non è frutto di un incontro con i missionari  del cristianesimi chiesastico. Il Cristo viene vissuto come il “Signore degli elementi”, come lo spirito solare che si è unito alla terra. Le croci irlandesi sono sparse in mezzo al paesaggio della natura, vi compare sì la croce della morte, ma al contempo anche il disco solare quale sorgente di vita. In alcune raffigurazioni il Cristo tiene da un lato la croce, dall’altro il segno druidico della vita. I ricchi intrecci che decorano spesso le croci rappresentano le forze viventi che fanno crescere la pianta. L’Irlanda non conosce in questo senso martiri, non vi sono state persecuzioni e nell’isola di Gotland,in Svezia, vi è stato un pacifico incontro fra il filone romano e quello irlandese.

E’ ora interessante che nei primi secoli cristiani anche nella zona mediterranea si ha una certa conoscenza dell’aspetto cosmico del Cristo, cioè della sua natura solare, conoscenza che però è stata combattuta e soffocata dal cristianesimo romano come espressione di un mondo pagano che andava superato. Sotto la chiesa di S.Pietro un mosaico ci mostra il Cristo raffigurato quale Elio con il carro solare, cioè il Cristo sole. Anche Giuliano l’Apostata, che ci parla di un triplice sole, cerca di valorizzare la visione cosmica del Cristo. R.Steiner ci racconta poi di una opera epica dei primi secoli cristiani che parlava dell’aspetto solare del Cristo, opera che la Chiesa ha eliminato radicalmente e di cui resta solo qualche traccia nella tradizione iconografica e nella Divina Commedia. Sul piano storico resta quindi dominante il filone chiesastico.

Vi sono però una serie di impulsi che si contrappongono a questo filone dominante, per esempio i movimenti monacali, spesso al confine fra ortodossia ed eresia. Nel quinto, sesto secolo, S. Benedetto dà vita al movimento benedettino che ha come motto “ora et labora”. Abbiamo cioè un impulso che cerca di unire l’aspetto interiore rappresentato dalla preghiera, con l’aspetto esteriore rappresentato dal lavoro di trasformazione della natura, cioè della terra vissuta ora come corpo del Cristo, e non più come valle di lacrime. Nasce in chiave cristiana un nuovo senso del sacro  nei confronti della natura. All’interno dei conventi si sviluppa  l’orto concluso, con una sua tipica struttura quadrangolare  con al centro il pozzo oppure un albero. Diventerà più avanti l’orto dei semplici, sempre a struttura quadrata, dove si coltivano le piante medicinali.

Nel IX secolo nasce a Salerno la famosa scuola medica salernitana. La leggenda narra di un arabo ferito che si ripara sotto un ponte dove si era già rifugiato un cristiano che osserva con attenzione come l’arabo si cura la sua ferita, arriva poi un ebreo e partecipa anche lui al consulto e infine giunge ancora un medico greco. Scoprono di essere tutti medici e decidono di unire le loro competenze fondando appunto una scuola di medicina. Abbiamo cioè con evidenza la confluenza di più correnti: da un lato la medicina ippocratica greca, questa però non arriva in Italia direttamente, ma attraverso il mondo arabo dove erano stati portati gli scritti di Aristotele relativi alla natura, poi abbiamo i monaci cristiani e la tradizione ebraica. Nella struttura dell’orto concluso e poi quella dei semplici, si può vedere come un riemergere in chiave cristiana della rosa dei venti di Aristotele, ora la si legge come paradiso terrestre con al centro la sorgente da cui sgorgano i quattro fiumi del paradiso. Un mosaico nella chiesa di S. Clemente a Roma esemplifica molto bene questi motivi: una croce nera che è eretta sull’albero della vita da cui partono tutti i tralci della vita e da cui sgorgano i quattro fiumi. In realtà a questi orti si dà anche una valenza simbolica, esprimono le quattro virtù cardinali, la purezza di Maria. La natura diviene in altre parole immagine della vita interiore.

Nei secoli successivi in Francia nascono tendenze riformatrici: nel X secolo a Cluny prende vita l’ordine dei cluniacensi che santificano il corso della giornata e dell’anno con una differenziata liturgia, si ha una specie di spiritualizzazione del tempo, segue la riforma dei cistercensi che hanno l’impulso alla spiritualizzazione dello spazio, se così si può dire. La matrice di questo movimento va cercata nella scuola di Chartres, dove Alano ab Insulis scrive del “pianto della natura” e Brunetto latini parla nel suo Tesoretto della natura come di una dea creata da Dio e attiva con le forze del Cristo. Siamo davanti ad una significativa confluenza fra la corrente monacale  legata agli impulsi del sud e la corrente celtica legata al nord. La nota Madonna nera di Chartres aveva una corona di quercia, l’albero sacro dei druidi,  la chiesa venne costruita su di una sorgente sacra al mondo dei celti. E’ anche la nascita del gotico, dove l’oscurità della chiesa romanica vicina al motivo della grotta, immagine della interiorità umana, viene ora rischiarata dalla luce che viene dal cosmo, dal sole, luce che passa per le vetrate creando il ricco mondo di colori quale incontro, in senso goethiano, delle forze di tenebra e di luce. Nelle sculture della cattedrale troviamo in uno dei portali i mesi dell’anno messi in rapporto allo zodiaco, cioè al grande cosmo, e per ogni mese abbiamo una attività agricola, cioè uno specifico lavoro nei confronti della natura. I cistercensi fondano i loro monasteri nei luoghi più sperduti e danno  l’avvio ad una cultura agricola che ha portato a quello che ancora oggi ammiriamo quale paesaggio rurale. Portano l’impulso a cristianizzare la natura e creano la fisionomia paesaggistica di tutta l’Europa, sono i precursori del moderno movimento ecologico. In un certo senso è un movimento complementare a quello che si era posto il compito di cristianizzare il pensiero, compito assunto dall’ordine domenicano che fonda i suoi conventi non in natura,ma entro le città. Ai bordi della città si collocano invece i conventi francescani, un movimento a sé.

Esso è inaugurato da S.Francesco, che porta un nuovo messaggio di carità e amore, vissuto in assoluta povertà (ordine dei mendicanti). Questo messaggio non è rivolto solo agli uomini bisognosi, i conventi francescani nascono appunto ai margini della città, nei quartieri poveri, ma anche alla natura stessa. Nel famoso cantico del sole abbiamo nove significativi ringraziamenti, al sole,alla luna, alle stelle, poi all’aria, all’acqua, al fuoco e alla terra, tutte realtà della natura, poi a tutti gli esseri che perdonano e alla morte. Risale a S.Francesco la tradizione del presepio natalizio, uno spazio interno, ma di natura rurale.

Con il Rinascimento e tutti i suoi fermenti artistici rivive certamente qualcosa del mondo greco, con però ora una coloritura cristiana più o meno accentuata. Una immagine di come ci si rappresentava la natura può essere il dipinto di Raffaello nelle stanze vaticane che raffigura la filosofia. Una figura femminile seduta su di un seggio i cui braccioli hanno l’aspetto della Diana efesina, un chiaro richiamo allo spirito di Efeso. Sulla sua veste troviamo quattro fasce colorate, una per ogni elemento, la terra in basso, l’acqua con gli esseri acquatici, il fuoco con le salamandre e l’aria con il cielo stellato. Tiene in mano due libri, uno relativo alla sfera morale e l’altro alla sfera della natura. Una immagine di un approccio alla natura che vede ancora uomo e natura come due facce di una stessa realtà.

In parallelo Michelangelo dipinge la cappella sistina, l’uno non sa però che cosa dipinge l’altro,  anche qui ritroviamo il motivo dei quattro elementi nella parte in cui abbiamo la divisione di luce e tenebra con i cosiddetti quattro “ignudi”, la cui gestualità si ritroverà nella cappella medicea nelle figure che rappresentano il corso della giornata. Sullo stesso filone possiamo inserire anche i rilievi del Ghiberti. Vediamo in altre parole come all’ interno del filone chiesastico emergano in vario modo dei motivi legati alla natura e al mondo dei quattro elementi della cultura greca. Alcune immagini possono fare da esempio, un crocifisso di avorio che nella parte posteriore porta sui bracci della croce i quattro elementi e un quadro di Altdorfer con i quattro elementi, fra di essi il fuoco è rappresentato dal Cristo stesso, come si evince da una vetrata che raffigura le ferite del Cristo come sorgenti di fuoco.

Resta ancora da vedere un importante filone spirituale che vorrei chiamare laico, in quanto non si inserisce nella tradizione religiosa. Esso emerge sul piano storico nel XVII secolo come movimento di rinnovamento sociale. In Italia possiamo ricordare l’azione rivoluzionaria di Campanella che si manifesta nella sua proposta sociale di una “città del sole”. Fra gli scritti di questa corrente, caratterizzata da una storica inglese come “Illuminismo dei rosacroce”, vi è un testo dal titolo “Le nozze chimiche di Cristiano Rosacroce”. Vi è descritto un cammino di iniziazione  che sta a monte di questo movimento e che veniva coltivato per diversi secoli in piccole cerchie chiuse e riservate di cui non sappiamo nulla sul piano storico. R.Steiner descrive in varie occasioni lo sviluppo di questo movimento e sottolinea il fatto che si cercava una conoscenza della natura legata a vive esperienze interiori. Ci si immergeva nei processi della natura e questo significava un preciso cambiamento interiore. Per esempio quando si stava davanti ad un processo di cristallizzazione che porta a forme precise,definite, solide, l’anima aveva una esperienza di pensiero, mentre quando ci si immergeva in un processo di soluzione, in cui una sostanza diviene tutt’uno con il solvente, si viveva interiormente una esperienza di amore, ed infine quando si era partecipi di un processo di combustione che comporta la scomparsa fisica della sostanza che brucia, si viveva nell’anima una esperienza di sacrificio. I processi interiori  e i processi di natura andavano fra loro paralleli, in questo caso si parlava di sal, di mercur e di sulfur, cioè di tre processi al contempo interiori ed esteriori. Paracelso, pur riprendendo molti aspetti della medicina ippocratica, è una tipica figura di questo filone. Vi era il tentativo di sviluppare una scienza della natura non disgiunta da una maturazione morale e sociale. Con la guerra dei trent’anni questi impulsi vengono a cadere.

In sintesi possiamo dire: il rapporto con la natura che nel mondo precristiano aveva visto tre momenti significativi, quello magico, quello mitologico e quello scientifico, in un certo senso riemerge trasformato nel tentativo di farlo rivivere in chiave cristiana, da un lato nella ricerca di una sacralità nei confronti della natura curata dal movimento monacale, con aspetti più vicini al platonismo nella scuola di Chartres e aspetti più vicini all’aristotelismo nella tradizione ippocratica che poi passa anche nella tradizione erboristica, dall’altro in un ricerca rinascimentale che potremmo anche dire estetica e che lavora con il mondo delle immagini, ed infine  la nascita della scienza moderna  con il suo dualismo come prosecuzione del filone chiesastico che porta la scienza verso quel materialismo che spazza via ogni retaggio del passato.  Come procedere verso il futuro sarà il tema della terza parte. (fine seconda parte)

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