26 Dec

Imprese “sociali”, nello spirito antroposofico

Dal XXI X Convegno I nternazionale di biodinamica
18-21 novembre, az. agricola La Vialla, Castiglion Fibocchi (Ar)

Imprese “sociali”, nello spirito antroposofico

Frammenti

La missione dell’agricoltura biodinamica non si esaurisce nel fatto di produrre e distribuire prodotti di qualità, ma anche nel dar prova di una nuova socialità.

di Gianni Catellani

Un’Azienda è un Essere vivente, con i suoi organi vitali, i suoi flussi “sanguigni” e, come tale, nella sua intierezza si presenta al mondo. Un “bel carattere aziendale” è fortemente legato a quanto tutti insieme si riesce a fare! Le Maestranze devono essere portate a una coscienza partecipativa d’insieme.
La missione non si esaurisce nel fatto di distribuire prodotti di qualità, ma anche nel dar prova di una nuova socialità, chiara, solare.
Non una struttura gerarchica antica, volendo estremizzare l’antitesi, dove uno comanda due o tre e questi comandano tutti, dipendenti “allineati e coperti” (secondo il gergo militare), ma una struttura partecipativa dove ognuno ha occasioni per poter dare il proprio contributo di idee, dove ognuno è contento di essere in quel settore lavorativo ed esprimere tutte le proprie potenzialità, dove al mattino sente la gioia nel cuore quando si alza e si accinge a recarsi al lavoro, dove non vi sono zone scure incomprensibili ai molti, dove l’Operaio sente di essere un tassello indispensabile all’impresa e mai e poi mai qualcuno lo pensi “un ramo secco”; dove il
Responsabile di Reparto non è “il capo” ma al servizio dei suoi collaboratori che stima e difende, ricco di spirito organizzativo.
In un’Impresa così idealmente tracciata ognuno trova la sua collocazione, che, anche se non pienamente corrispondente alle proprie aspirazioni, diventa tale nella coscienza di essere parte importante dell’intero organismo aziendale e della dinamica di crescita.
Come un gruppo di fratelli sfalciano un campo e non si preoccupano di misurare chi sfalcia di più o di meno, ma avanzano in linea fino alla fine del lavoro, e una volta a tavola neppure misurano il pane secondo la quantità di sfalci eseguiti, rispettosi l’uno delle possibilità dell’altro, così in ogni impresa economica, dovrebbe farsi strada lo spirito di fratellanza .
Per imboccare questo stretto sentiero che porterebbe con sicurezza verso una strada maestra futura è necessario acquisire il coraggio di affrontare di petto il tema del Denaro e, soprattutto, quello di remunerazione.
Cosa rispondiamo al nostro fratello che ci chiede perché vi sono forti differenziazioni di stipendi?
Chi ha lo stipendio alto tende a non farlo sapere, sente in sé una certa vergogna, oppure lo motiva nella più “alta” responsabilità, nel talento maggiore, al che s’avverte una sottile arroganza. Se ognuno è messo al posto giusto e si impegna al massimo nella sua mansione, è un organo che funziona e coopera al buon risultato aziendale; ognuno così è altamente “responsabile” nella mansione che svolge.
Solo merci e servizi sottostanno alla legge della domanda e dell’offerta. Il lavoro invece è senso dell’uomo, diritto, creatività rivolta al futuro; è stata la tragedia del secolo portarlo nell’ambito del mercato. Il lavoro non è merce e non può essere pagato!
Come si stabilisce allora la remunerazione? Ecco un grande problema! I criteri vanno trovati e riconosciuti insieme nell’organismo aziendale. Le remunerazioni non appartengono alla sfera dell’uguaglianza ma a quella della fratellanza e quindi si diversificheranno secondo i criteri stabiliti e le esigenze vitali del lavoratore. Il lavoro umano non può essere pagato come merce; solo il prodotto creato dal lavoro ha un valore commerciale. Non il talento singolo ma il talento aziendale produce; il talento singolo trova soddisfazione nella propria esplicazione quando può essere libero di darsi in una collettività di lavoro dove la dignità umana è il suo fondamento; se pagato ne viene minata la libertà. Non hanno senso le differenziazioni di stipendio per grado di responsabilità; è come dare maggior valore al cuore rispetto al naso, ogni organo ha una funzione specifica nell’essere vivente, e un’impresa è un Essere vivente.
Nell’Essere Nazione gli organi sono i cittadini e ognuno deve essere al suo posto di lavoro vitale; il disoccupato forzato genera la più grande malattia sociale. La disoccupazione è figlia dell’egoismo umano e degli egoismi particolari.
Se continuiamo a stipendiare nelle forme egoistiche fino a oggi in uso, e a tenere disoccupati “di riserva” assisteremo sempre a sperequazioni vergognose, dove c’è chi sta molto bene e chi molto male, e a tensioni sociali interne che ci fanno perdere notevoli forze umane invece che accrescerle, senza considerare l’indotto di violenze che si genera. Non la costrizione o la paura di perdere il posto devono spingere al proprio dovere il lavoratore!
Un’impresa è sana e viva e forte quando le maestranze si sono date un contesto sociale giusto e gioioso dove ognuno lavorerà volentieri al massimo per la riuscita e la crescita della Sua Impresa e non per il mero stipendio. Un contesto sociale dove finalmente viene sconfitta la divisione di valore fra intellettuali e manuali, tipica delle vecchie imprese padronali, in cui l’intellettuale è tenuto “schiavo” col denaro e l’operaio “libero” nella misera paga. “Schiavi” e “lavativi” svaniscono nell’impresa sana, e tutti vogliono essere partecipi del fare e del risultato.
Al nuovo lavoratore che chiede di entrare gli si presenterà il quadro sociale chiaro di come l’impresa vive e quindi in quale preciso contesto lui entrerà, non una misera e fredda contrattazione in denaro, ma una entusiastica e convinta serie di norme solari e pubbliche che le Maestranze insieme si sono date. Egli percepirà il titanico coraggio del nuovo e entrerà perché attratto dalla bellezza dell’impresa. Chi invece vorrà entrare per denaro se n’andrà, perché non destinato a quella nuova compagine umana. Il vigore di una tale impresa, qui solo tracciato a modesti tratti, sarà tale che il suo valore andrà alle stelle, perché sarà composta di soli lavoratori, dirigenti e finanziatori che vogliono la fratellanza fra i lavoratori, la bellezza nei rapporti sociali e la forza spirituale nell’organizzazione del lavoro. La “Fratellanza” è un valore che và “meditato”, è così alto che con molta fatica si riesce a portare in pratica, ma la sfera economica senza di essa non potrà che generare sopruso e dolore
L’Economia è una scienza molto giovane e la sua applicazione pratica nelle imprese stenta a trovare soluzioni decenti, umanamente parlando. Le grandiose lotte proletarie d’inizio novecento, la mediazione sindacale di un secolo non hanno tuttavia ancora sortito negli ambiti nazionali una vera giustizia sociale. Vi è ancora una cruenta lotta fra due sistemi, il liberismo sfrenato e il socialismo, fra i quali si incunea sempre un centro che non riesce a darsi la giusta sostanza.
Ogni uomo, se si analizza interiormente, si scoprirà di tendere contemporaneamente alla Libertà, all’Uguaglianza e alla Fratellanza. Le tre forze, nei contesti collettivi, devono avere una propria autonomia, ma vivere in una tensione articolata fra di loro, in un’unità; se una prevale sull’altra sorge la malattia. Finché un sistema politico vorrà far dominare la sua idea sull’altro sistema e non capiranno che sono tre altissimi aneliti umani che vogliono esprimersi e strettamente collaborare in ogni Nazione, saranno sempre dolori per tutti gli uomini, ma ancor più per i poveri animali, per gli incompresi Esseri vegetali e per l’Essere Terra, che dall’egoismo sfrenato subiscono solo forze di morte.

L’uomo è diventato un essere molto intelligente, ma questa intelligenza è di gran lunga guidata dall’egoismo, così gli effetti pratici evidenziano una preoccupante stupidità senza ritorno, perché adombrata a normalità. Per l’Occidente l’Oriente è il Male o un territorio da invadere, per l’Oriente l’Occidente è il Male da distruggere con ogni mezzo; fra i due estremi non c’è dialogo e il Centro nicchia ancora confuso, invece di formarsi a “cuore” fra testa e membra dell’Essere umanitario.
Ho esposto un’utopia? Oggi la realtà è molto diversa e bisogna adeguarsi? Non sono forse obiezioni queste da privilegiati? Ma credo anch’io che fra l’ideale e la realtà poi qualche patto di compromesso si possa fare, sempre mantenendo tuttavia alta la tensione verso il primo.
E’ indispensabile bandire qualunque “aumento di merito”, perché generatore di potere dell’uomo sull’uomo (io non posso misurare un altro salvo che non gli chieda il suo metro). La pratica dell’aumento di merito è il peggior nemico della collaborazione fattiva e partecipata! Tutti saranno efficienti e meritevoli in un collettivo sociale sano. Se qualcuno si dimostra lavativo la causa va ricercata nei dirigenti che non sanno scaldare, formare ed entusiasmare i propri collaboratori. E’ comunque una responsabilità collettiva tenere alto il morale nell’attività affinché ognuno dia il meglio di sé. L’unico “aumento di merito” deve essere aziendale, collettivo, nella partecipazione all’utile di tutti.

Questi miei frammenti vogliono essere solo un incentivo a uno studio per le imprese (e per le Nazioni) che avessero una sensibilità al problema. La ricerca potrà presentarsi lunga e sofferta ma certamente temprerà l’intera compagine sociale, almeno per il coraggio profuso.

Riporto la fondamentale legge sociale indicata da Rudolf Steiner:
“La salute di una comunità di uomini che lavorano insieme è tanto maggiore quanto meno il singolo ritiene per sé i ricavi delle sue prestazioni, vale a dire quanto più di tali ricavi egli dà ai suoi collaboratori, e quanto più i suoi bisogni non vengono soddisfatti dalle sue prestazioni, ma da quelle degli altri”

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