23 Dec

LEGGERE NEL LIBRO DELLA NATURA: L’INVISIBILE NEL VISIBILE

di Stefano Pederiva   (seconda parte)

Il testo che segue è la stesura riassuntiva delle relazioni svolte durante l’incontro svoltosi a Lamoli dal 14 al 16 giugno 2013, esso fa quindi anche riferimento alle esperienze fenomenologiche fatte in comune durante le uscite in natura e alle riflessioni fatte in precedenti incontri.

Leggere nel libro della natura: metamorfosi ed evoluzione

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Possiamo avvicinare quanto abbiamo visto come aspetto morfologico nella forma della lemniscata come espressione di una spazio centrale e di un spazio periferico, nel suo aspetto funzionale. Arriviamo così a due “gesti” fondamentali che Goethe aveva seguito nella crescita della pianta, quello della contrazione e quello della espansione. Nel seme la pianta è massimamente contratta e si espande nello sviluppo della foglia, poi torna a contrarsi nella formazione della gemma floreale ed ad espandersi nel dispiegarsi della corolla con i suoi petali, infine abbiamo un terza contrazione nella formazione degli organi riproduttivi con una terza espansione nella formazione del frutto. Quanto a livello di foglia si manifesta come formazione di sostanza, nel fiore diventa formazione di aromi e nel frutto formazione di composti che l’uomo coglie con il gusto. Un gesto archetipico si “manifesta” a tre diversi livelli. Goethe indica come metamorfosi il passaggio del principio generale da un livello all’altro.

 

Se è vero che si può “derivare” ogni pianta particolare da una pianta primordiale, è pensabile che vi sia un organo “primordiale” della pianta  dal quale poter “derivare” tutti gli altri organi ? Questa era la domanda che aveva portato Goethe a vedere nella foglia questo organo ed a ricercare le metamorfosi dalla foglie al fiore, agli organi riproduttivi, al frutto e così via. Lo aveva colpito un tulipano in cui si vedeva bene il passaggio dalla foglia al petalo del fiore. Alcune immagini possono esemplificare la metamorfosi della foglia in altri organi della pianta. La peonia mostra molto bene il graduale passaggio dalla foglia al fiore e dal fiore agli stami.

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Goethe nell’avvicinare una pianta ne cerca dunque la natura essenziale, l’essere. R.Steiner mette quindi a fuoco il fatto che nell’approccio goethiano usiamo un binomio di concetti diverso da quello usato dalla scienza. Cerchiamo come l’ “essere” si “manifesta” nella realtà sensibile, dunque “essere e manifestazione” e non “causa ed effetto”. Abbiamo ora due modi di avvicinare l’ “essere”: da un lato possiamo studiarne le “manifestazioni”, più ne conosciamo e meglio cogliamo anche l’ “essere”. Posso andare a trovare una persone, ma non la trovo in casa, vedo però l’arredamento, i mobili, i quadri, le tende e così via, magari anche la scrittura se mi lascia un messaggio, dall’insieme di queste “manifestazioni” posso farmi una immagine abbastanza precisa della persona in questione. Posso però anche incontrare direttamente la persona e dialogare con lei, questo è il secondo approccio. Con la ricerca goethiana noi seguiamo la prima via, studiamo le manifestazioni sensibili per conoscere l’essere nella sua natura essenziale. Con la ricerca antroposofica di R.Steiner si segue invece la seconda via, in quanto le facoltà percettive che R.Steiner ha sviluppato gli consentono di dialogare direttamente con l’essere spirituale delle piante, se di queste trattiamo. La prima via può essere vista come una preparazione per la seconda, i dati di quest’ultima li posso prendere come ipotesi di lavoro alla quale trovo poi conferma nella verifica del mondo sensibile.

 

A questo punto può sorgere la seguente domanda, affrontata anche da R.Steiner nel testo che abbiamo ricordato: quale relazione esiste fra la visione goethiana del tipo e delle sue manifestazioni e l’idea di evoluzione emersa con Darwin e Haeckel ?

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L’idea evoluzionistica è una delle grandi conquiste della biologia moderna con la quale ci si deve di necessità confrontare. Essa nasce dagli studi geologici che ci parlano di strati antichi e di strati più recenti, nei primi si trovano dei resti vegetali e animali diversi da quelli presenti nei secondi, resti che hanno però degli elementi comuni. Da qui l’idea di fasi più primitive e semplici e di fasi più evolute, cioè più complesse e perfezionate, l’idea cioè di una evoluzione naturale. Fino alla presa di coscienza di questa idea si vedeva la natura come creazione di Dio, si parla di “creazionismo”.  Con l’idea di evoluzione nasce anche la domanda relativa ai meccanismi evolutivi. Si tratta di fare una chiara distinzione fra questi due momenti: da un lato l’idea di evoluzione, dall’altro i meccanismi evolutivi. Lamark li vedeva nell’influsso dell’ambiente, linea poi abbandonata e che oggi però riemerge nella epigenetica, Darwin invece nella selezione naturale che avviene per caso e nella lotta per l’esistenza con la vincita del più forte. In realtà queste due idee non nascono dalla biologia, ma da immagini del mondo umano. Gli allevatori inglesi avevano selezionato delle pecore con le gambe corte, nate così per una mutazione casuale, in questo modo erano facilitati nel tenerle nei loro recinti. Malthus aveva postulato che rispetto alla popolazione che cresce in progressione geometrica, le fonti di sostentamento crescono solo in progressione aritmetica, per cui sarebbe arrivato il momento in cui solo i più forti avrebbero potuti sopravvivere. Dunque Darwin  arriva ai suoi meccanismi di azione prendendo lo spunto dagli allevatori e da studi sociologici, non da argomenti di natura biologica. Grazie a questi meccanismi gli animali inferiori si sarebbero “evoluti” in animali superiori, per esempio gli anfibi sarebbero diventati rettili e le scimmie uomini.

 

Oggi emerge un filone di ricerca che contesta questa linea evoluzionistica, in quanto in particolare i microbiologi hanno trovato una tale complessità di fenomeni fra loro collegati in modo intelligente, da rifiutare l’idea che tutto ciò sia frutto del caso, parlano quindi di un “progetto intelligente”. Si vanno poi scoprendo sempre più numerosi fenomeni di cooperazione e integrazione e non di lotta, per cui anche il secondo meccanismo evolutivo di Darwin non è più accettato da tutti. Resta però aperta la domanda di chi abbia ideato questo “progetto”.

 

Nell’affrontare la relazione fra Goethe e Darwin,  R.Steiner trova delle risposte interessanti a molte delle domande aperte dall’evoluzionismo. Scrive nel testo già ricordato:  “Il tipo non esclude la teoria della discendenza; non contraddice al fatto che le forme organiche si sviluppino le une dalle altre …. La teoria di Darwin presuppone il tipo … il fatto che cronologicamente (il tipo) compaia dapprima nella forma più semplice non implica che le forme cronologicamente seguenti risultino come conseguenza delle prime. Tutte le forme risultano come conseguenza del tipo; la prima come l’ultima sono sue manifestazioni.” (pag. 90)

 

Posso esemplificare la cosa nel modo seguente: osservo la crescita di un bambino al quale metto delle scarpe, prima solo delle calze leggere, poi scarpette morbide, poi scarpe con suole più rigide, poi scarponcini e così via. Il bambino resta plastico e continua a crescere, cioè “evolve”, lascia però indietro i vestiti non più adatti, fissati nei loro caratteri.  La tesi di Darwin è ora che gli scarponcini derivano per mutazione casuale direttamente dalle scarpe con suola rigida e queste dalle scarpine morbide, mentre R.Steiner obietta che tutte le scarpe sono “manifestazioni” dell’essere del bambino, quindi devo sempre tornare al bambino per capire le caratteristiche delle scarpe. L’esempio evidenzia altri due aspetti: da una parte una realtà, il bambino che resta plastico e che quindi può continuare a crescere con i  vestiti che invece restano fissi nei loro caratteri, dall’altro che qualcosa resta indietro e qualcosa procede in avanti.

 

Un secondo esempio può essere di aiuto: tre persone si trovano davanti ad un muro alto e devono andare dall’altra parte. Il primo prende sulle spalle il secondo, questo il terzo che giunge in cima al muro. Due sono restati indietro perché il terzo possa salire, quest’ultimo può saltare dall’altra parte lasciando indietro i compagni, oppure può aiutarli a raggiungerlo in cima al muro così che alla fine tutti e tre passano dall’altra parte. L’esempio evidenzia il fatto che il processo evolutivo si compone dunque di due correnti: una corrente ascendente evolutiva e una corrente discendente “devolutiva”. Questa esistenza di una doppia corrente è una fondamentale scoperta di R.Steiner.

 

Uno schema riassuntivo può sintetizzare i diversi aspetti visti fino a qui: in alto l’ “essere”, in basso i livelli di “manifestazione”, entro i quali di gradino in gradino fino al livello umano, l’essere si lega al mondo sensibile. Una corrente evolutiva relativa alla realtà che resta plastica e malleabile e quindi evolve, una corrente devolutiva che raccoglie invece i “vestiti smessi”, induriti, le forme fossili che troviamo negli strati geologici per esempio. In questa ottica l’uomo è primo come idea e ultimo come manifestazione sensibile.

 

Tutto questo è esemplificato con il mondo animale e il passaggio al mondo umano, in quanto l’evoluzionismo è noto in questa ottica, ma la stessa cosa si può evidenziare anche nel mondo delle piante. Abbiamo piante più primitive, come alghe e muschi, piante più perfezionate e piante che manifestano in massima misura l’archetipo, cioè la pianta primordiale. Si può quindi fare una scala in cui mettiamo in cima  le dicotiledoni che hanno sviluppato tutti gli organi della pianta, scendendo di gradino in gradino viene a mancare sempre qualcosa, il calice nelle monocotiledoni, il fiore nelle gimnosperme, il frutto nelle pteridofite, nelle briofite una differenziazione dei tessuti, nelle alghe la verticalità e nei funghi la fotosintesi. Questa è ovviamente una estrema semplificazione che riassumo un uno schema, con questo voglio soltanto far presente che anche in questo caso l’idea di archetipo consente un approccio razionale alla evoluzione della pianta. Lo schizzo di R.Steiner che raffigura la pianta archetipica può fare da immagine sintetica per quanto abbiamo detto.

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Dunque l’idea di metamorfosi come espressione del tipo a diversi livelli della realtà, è la premessa per cogliere l’idea di evoluzione. Questa racchiude però nell’ottica proposta  ancora un aspetto fondamentale. Infatti se esprimo in termini morali l’idea della doppia evoluzione arrivo a dire: l’uomo diventa uomo lasciando dietro di sé gli animali, le piante e i minerali quali vestiti smessi, quindi diviene uomo grazie al sacrificio dei regni che restano indietro. L’uomo diviene uomo indebitandosi con la natura. Sorge quindi la domanda: può l’uomo pagare questo debito e come ?

 

Per rispondere a questa domanda l’idea di evoluzione emersa dalla biologia va estesa anche alla cultura e all’uomo. Ciò che prima avviene a livello del corpo, evoluzione biologica, ha da proseguire a livello dell’anima, cioè della cultura, e a livello dello spirito. R.Steiner amplia quindi l’idea evolutiva anche alla dimensione spirituale e propone all’uomo individualizzato una evoluzione della propria coscienza. Il primo passo è quel passaggio da spettatore ad attore nella sfera del pensiero, il passaggio da un pensare “riflesso” ad un pensare “illuminante”, capace di cioè di “leggere”, la forza veggente di giudizio di cui ci parla Goethe. Sappiamo che l’uomo porta in sé tratti animali nella sua vita istintiva, tratti vegetali nei suoi processi vitali e strutture minerali per esempio nel suo sistema osseo. L’uomo può trasformare e redimere in sé la sua natura animale, con questo inizia a pagare una parte del debito, può trasformare anche qualcosa del suo temperamento legato ai processi vitali e con questo iniziare a pagare parte del debito col mondo delle piante e qualcosa di simile può avvenire anche per il mondo minerale. Tutto questo ha poi un riflesso anche nel rapporto che l’uomo ha con la natura fuori di lui.

 

Si vede così come metamorfosi ed evoluzione diventano dei principi che non riguardano solo la natura esterna all’uomo, ma anche la natura interiore dell’uomo stesso. Si può intuite come la ricaduta sociale di questa impostazione sia all’opposto di quella darwiniana: non l’ affermazione del mio egoismo nella lotta per l’esistenza con lo sfruttamento della natura, bensì un processo di evoluzione interiore grazie al quale l’uomo si immedesima nelle reali necessità della natura e dell’altro uomo. (fine seconda parte)

 

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