20 Apr

Per tutelare i beni essenziali puntare a una riforma agraria universale e scegliere la qualità

di Carlo Triarico su L’Osservatore Romano del 19 aprile 2020, pagina 2.

La crisi epidemica ci mette davanti al discernimento dell’essenziale dal non essenziale. Emergono così, nel loro reale valore, i beni essenziali della salute, del cibo e della dignità nella casa comune. Le popolazioni ricche vivono la preoccupazione che possa scarseggiare il cibo anche per loro, come per i più poveri. È un sentimento che può provocare la pulsione egoistica all’incetta, o può svegliare le coscienze in un’azione nuova.

Dalla consapevolezza della fragilità del sistema alimentare, può nascere infatti la condizione per qualificare il lavoro contadino, sul quale sperimentare il salario di base universale e garantire la nutrizione di pari passo coi diritti, la solidarietà e la dignità umana. Il presupposto del cambiamento è concepire che í contadini non sono produttori di materie prime da pagare, ma coloro che portano all’umano ciò che viene incontro dalla natura. Sono il tramite di questo nesso sacro da sostenere.

La prospettiva di una carestia di proporzioni inedite è concreta e vanno adottate perciò politiche universali di risanamento. L’Europa, che con la Pac, la sua politica agricola, tiene in piedi un sistema conservativo di finanziamenti a pioggia, ripartito prevalentemente in base alla proprietà terriera, ha la possibilità di sperimentare invece, con quel denaro, un rinnovamento radicale, attraverso piani di conversione agroecologica e solidale, che mirino all’alta qualificazione e al reddito garantito dei contadini. Non soltanto è giusto avviare subito il cosiddetto Green new deal, che nelle prospettive dell’Ue dovrebbe convertire all’agricoltura biologica, in io anni, il 30 per cento dei suoli coltivati. Bisogna anche portare il denaro già stanziato per il Primo pilastro della Pac, dalla rendita terriera a sperimentare un programma di salario di base per la dignità del lavoro e la salvezza della casa comune.

In questi giorni, il ministro dell’agricoltura francese Guillaume ha fatto appello ai senza lavoro per occupare da subito 200.000 posti rimasti vacanti in agricoltura in Francia. L’omologo italiano Bellanova chiede si autorizzi il bracciantato da paesi più poveri. Certo bisogna fermare l’emergenza sottoccupazione per garantire il prodotto. Si rischia però di non cambiare e di sostituire soltanto, con altri lavoratori non qualificati e malpagati, gli schiavi del lavoro rurale nero, che improvvisamente non è più facile sfruttare nei campi, a causa del controllo sugli spostamenti imposto dall’epidemia.

Possiamo certo rispondere all’emergenza col riflesso più comune tra i decisori politici e i grandi proprietari terrieri e procurare manovalanza dequalificata adatta al sistema iperproduttivista, che oggi provoca danni ai contadini e all’ambiente, usa i finanziamenti per abbassare i prezzi e la qualità nutrizionale, fa concorrenza ai paesi più poveri, aumenta i disperati della fame, genera terreno fertile per l’illegalità e il caporalato.

Oppure possiamo puntare a una riforma agraria universale, ad abolire la miseria e scegliere la qualità alimentare, il valore del lavoro, una produzione che soddisfi la giusta distribuzione e la sana alimentazione in luogo di consumi, fame e spreco. Del resto emerge dai dati l’inefficacia dei finanziamenti erogati su base fondiaria e non su obbiettivi socio ambientali.

L’Italia, col primato europeo in produzioni di qualità ed ecologiche, è il primo paese agricolo anche per valore aggiunto (31,9 miliardi), pur ricevendo solo 5 miliardi di finanziamenti rispetto della Francia paese che, con il doppio degli ettari agricoli e ricevendo ben 8,2 miliardi di finanziamento, si ferma alla soglia dei 31 miliardi di valore. Per capire che la qualità crea ricchezza, valga l’esempio dell’agricoltura biodinamica, che in Italia ha un fatturato medio di 13.000 euro ettaro, rispetto alla media nazionale di 3.200.

Siamo così davanti a un bivio. La storica sottoccupazione, che grava sull’agricoltura, aspetta di essere colmata e potrà addirittura assorbire i milioni di disoccupati, che la pandemia genererà in una recessione senza uguali. Ma la scelta sarà se collocare i disperati come bracciantato dequalificato, più economico e più sfruttato delle macchine, se soffocare il potenziale agricolo, o innalzare gli agricoltori alla leadership di un cambiamento sociale, che dal mondo rurale possa ispirare la casa comune.

Il cibo, se è bene essenziale, non può essere ridotto a merce e meno ancora a scarsità, poiché è innanzitutto parte essenziale di un patto sociale. Da qui un cambiamento di paradigma. Da tempo e più ancora in questi giorni di pandemia, diverse aziende biologiche e biodinamiche hanno costituito comunità solidali con i cittadini. Questi ultimi si impegnano a mantenere con denaro di donazione i bisogni contadini, indipendentemente dalla merce, nella buona e nella cattiva sorte. Ricevono poi dai contadini tutto il frutto del lavoro dei campi.

Da simili esempi possiamo iniziare a disegnare un’economia di donazione per un nuovo modello salariale.

L’Unione europea per prima può dare l’esempio e usare la liquidità oggi ripartita sui beni fondiari, per portare denaro direttamente sulla vita dell’agricoltore in difficoltà, attraverso le reti delle organizzazioni agricole, indipendentemente dalla produzione. Il denaro, un tempo promessa di una conversione in oro, col salario universale diviene promessa di lavoro futuro, fiducia nei talenti e patto sociale tra pari.

Basare l’economia sulla solidarietà, sostenere la formazione, l’alta qualificazione e la vita pienamente umana del mondo rurale, invece che comprarne le merci, in questo momento è il passo coraggioso di cui c’è bisogno. Permetterebbe anche di nutrire il mondo con un cibo prodotto con coscienza dall’agricoltore e di rinunciare alle commodity di bassa qualità nutrizionale, al cibo dello sfruttamento e dello spreco, conseguenza della corsa ostinata delle politiche internazionali al deprezzamento del valore agricolo.

La Pac dagli anni Cinquanta ha mirato a competere in termini di prezzo coi paesi extracomunitari. Oggi, per continuare a farlo, ne chiede anche le braccia. È questo il grave errore a cui dobbiamo rimediare. Sperimentiamo solidarietà e fiducia, con il salario solidale degli agricoltori, elevandone dignità e la preparazione, perché nutrano la casa comune.

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