08 Jun

Carlo Triarico: Rivoluzione rossa e rivoluzione verde. Per un’umanizzazione dell’agricoltura a tre anni dalla Laudato sì

Per un’umanizzazione dell’agricoltura a tre anni dalla «Laudato si’»

Rivoluzione rossa e rivoluzione verde

di Carlo Triarico
Osservatore Romano del 25-maggio 2018

Il magistero dell’ecologia integrale condensato nella Laudato si’ ha trovato un’importante affermazione nel pronunciamento della Fao del 3 aprile sui limiti della rivoluzione “verde” agrochimica. Il direttore generale Da Silva ha evidenziato l’importanza dell’approccio agroecologico e solidale. Dichiarazioni in sintonia con le parole dell’osservatore della Santa Sede presso l’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura pronunciate nella conferenza Fao per l’Europa, che si è svolta la settimana scorsa: le importanti acquisizioni scientifiche e tecniche raggiunte nei nostri tempi devono concorrere a un’umanizzazione agricola e mirare all’agroecologia.

La cura per la casa comune riapre il dibattito pubblico per il futuro agroalimentare e ispira un germe di movimento popolare per politiche internazionali capaci di sfamare il pianeta, dare dignità all’essere umano e preservare l’ambiente. È nota la preoccupazione degli scienziati per lo stato di salute della terra, mentre cresce l’instabilità, con il mondo degli esclusi sempre più insofferente e una guerra che accende diffusamente i suoi focolai. Quella che un tempo passava per un’oziosa preoccupazione da ambientalisti del nord, si sta rivelando una catastrofe umanitaria, a danno innanzitutto dei più deboli e delle periferie del pianeta.

La connessione evidenziata dalla Fao tra condizioni di vita umane e civili, ambiente e vita rurale era stato, in effetti, uno dei punti chiave delle politiche agronomiche degli anni settanta sotto la rivoluzione “verde”, oggi criticata. Questa aveva puntato a nutrire il pianeta con l’introduzione di una tecnocrazia agraria produttivista, in realtà sotto l’urgenza di sventare le rivoluzioni “rosse”. L’intuizione era però destinata al fallimento, perché segnata almeno da tre tare esiziali: l’illusione che il potere della tecnica sia in sé risolutivo, la concessione del dominio del processo a un’economia della competizione e dello scarto, la mancanza di un movimento popolare agricolo a guida dei cambiamenti.

A fronte della crisi umanitaria, la politica agroalimentare ha continuato negli anni a seguire la stessa ricetta, estremizzandone gli esiti verso un’agricoltura insostenibile, con soluzioni tecniche sempre più sofisticate ed energeticamente costose, fino a trasformare la soluzione in un problema. Il fenomeno a cui richiama oggi la Fao si mostra col progressivo abbandono degli agricoltori e l’insediarsi di grandi capitali finanziari nella proprietà fondiaria per coltivare commodities. La concentrazione delle terre, delle risorse e della tecnica genetica nelle mani di pochi, costituisce un tragico ritorno al passato e un rifiuto della modernità, che invece risiede nell’innovazione inclusiva per la cura dell’umano.

A partire dagli anni cinquanta la politica agricola comune europea, in sintonia con quella dei principali attori internazionali, ha puntato alla costante diminuzione dei prezzi pagati agli agricoltori e alla riduzione dei contadini. È una tendenza a cui solo recentemente sono stati introdotti dei primi correttivi, quando ormai l’abbandono dei campi, l’insostenibilità dei prezzi, l’inquinamento e lo spreco sono diventati i sottoprodotti necessari del sistema.

Avendo marginalizzato l’impatto sociale degli agricoltori, la “rivoluzione verde” non ha risolto la fame che piega oggi centinaia di milioni di esseri umani. Anzi, i candidati allo sterminio per fame sono aumentati di trentotto milioni dal 2016. La Fao lancia dunque oggi il suo alto monito. Per poter sperare di conseguire i diciassette Obiettivi di sviluppo sostenibile, che l’Onu ha definito come gli obbiettivi necessari per cambiare il nostro mondo, occorre affidare agli agricoltori il compito di cambiare. Con le attuali conoscenze agricole, declinate in un nuovo modello, sarebbe infatti possibile sfamare le moltitudini di esseri umani che nei prossimi mesi mancheranno all’appello dei vivi. Occorre però assumere una nuova agenda collettiva per una scienza per l’umano, un’economia fraterna, un movimento popolare agricolo mondiale. Il nuovo modello agroalimentare non dovrà porsi solo sfide tecniche, ma acquisire una prospettiva di sistema e dei fondamenti spirituali. Va innanzitutto riconosciuta la natura sociale e non meramente economico-produttiva e tecnologica dell’agricoltura e conquistare la fine dei conflitti, la resilienza ai cambiamenti ambientali e la sovranità alimentare. Quel mondo rurale, la casa di metà dell’umanità, da cui provengono cultura, diritto, nutrizione e gli equilibri ambientali per tutti gli abitanti del pianeta, esprime un fermento rivoluzionario, che può essere ispiratore di nuovi indirizzi e dare un senso alla svolta dei tempi.

Dalle periferie più umili non emerge solo un disagio, ma anche un’azione consapevole verso l’ecologia integrale, sotto la cura di quelle che Slow Food chiama comunità del cibo. Bene quindi

puntare all’agroecologia, ma bisogna riconoscerne la natura contadina, solidale con tutti gli agricoltori, come ha insegnato Miguel Altieri, padre dell’agroecologia come disciplina scientifica. Diversamente rischieremmo di trasformare anch’essa in mero esercizio accademico, o in elegante orpello di un sistema invariato.

È possibile già ora osservare il sorgere delle comunità del cibo profetizzate da Carlo Petrini. Le scorgiamo negli agricoltori di diversi continenti intervenuti all’udienza generale in piazza San Pietro il 9 maggio e negli altri che, da culture e credi diversi, accorrono intorno a Papa Francesco, indicando a tutti un centro di riferimento per il mondo agricolo. Bisogna allora mettersi al lavoro per conoscere e riunire in una grande casa comune i movimenti popolari che dalle periferie del globo stanno operando per l’agricoltura incoraggiati dagli insegnamenti della Laudato si’. La Terra manifesta la massima espressione nella sua periferia, la superficie vivente del suolo. Proprio l’umile periferia terrestre, il suolo fertile con gli esseri microscopici che lo abitano, è la ricchezza del pianeta. È anche il modello ispiratore per una società nuova, in cui le scelte non provengano dal centro, ma dagli impulsi periferici, dalle aspirazioni degli ultimi.

Occorre allora sostenere le realtà agricole individuali e libere, che danno vita a comunità del cibo, così da unire contadini e cittadini e cancellare, anche a partire dalle prossime politiche agroalimentari, la distanza insostenibile tra élite del privilegio e mondo della disperazione.

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